“È importante dare ulteriore slancio e impulso all’AI nelle nostre imprese, ed è un fattore talmente ampio e rilevante che non può essere lasciato solo all’iniziativa di manager e imprenditori. La politica, a livello europeo e nazionale, deve intervenire per sostenere e incrementare l’adozione di queste nuove tecnologie”.
Maurizio Marchesini, presidente di Marchesini Group, vicepresidente di Confindustria e di Nomisma – in questa intervista esclusiva di AI4Business –, non ha dubbi sulle forti potenzialità e opportunità portate dall’intelligenza artificiale per le aziende italiane, di ogni settore e dimensione.
Ma, come è stato dal 2016 in poi, prima con il piano nazionale Industria 4.0 poi con il seguente Transizione 5.0 – che hanno avuto l’obiettivo e il merito di dare una forte spinta all’innovazione digitale nel mondo produttivo del Paese –, “sarebbe molto utile e auspicabile un’analoga politica industriale di sostegno e incentivazione a favore dell’intelligenza artificiale nelle nostre imprese, una sorta di piano nazionale AI 5.0”.
Indice degli argomenti:
L’AI nel prodotto è la vera svolta per la manifattura
Nelle grandi imprese l’utilizzo dell’AI all’interno dei processi “è ormai un fatto piuttosto consolidato, anche se non scontato”, rileva l’imprenditore alla guida del gruppo bolognese leader nel packaging industriale, “bisogna ancora incrementare l’adozione in molte PMI”.
Su cosa bisogna sollecitare maggiormente l’industria italiana, soprattutto quella manifatturiera?
“La chiave di svolta per il manifatturiero italiano sta soprattutto nel passaggio dall’AI applicata ai processi aziendali all’AI applicata direttamente alla produzione e ai prodotti. È questo lo sviluppo essenziale: dall’AI di processo all’AI di prodotto. Non si tratta più soltanto di efficientare la produzione interna della fabbrica, ma di riprogettare le macchine e i sistemi affinché possano modificare e migliorare qualità e caratteristiche del prodotto finale, quello che viene messo sul mercato. Un cambio di paradigma, che richiede visione industriale e una forte spinta culturale, indispensabile per consentire alle imprese di minori dimensioni di non rimanere escluse dalla transizione in atto”.
Vincere la resistenza culturale al cambiamento
Quali sono ancora i principali freni a questa evoluzione?
“L’ostacolo principale per le PMI non è tanto legato ai costi di implementazione, che nella maggior parte dei casi sono contenuti e accessibili, bensì a una fisiologica resistenza culturale e al timore di uno strumento che appare quasi ‘magico’ o indecifrabile. Una diffidenza trasversale che ricorda da vicino altre grandi stagioni di evoluzione tecnologica vissute dal settore manifatturiero”.
Ad esempio?
“Ricordo benissimo quando, all’inizio della mia carriera, le macchine utensili erano quasi esclusivamente manuali. Quando arrivarono i primi sistemi innovativi, strumenti allora estremamente grezzi, vennero accolti con enorme scetticismo. Tuttavia, gli imprenditori e i lavoratori affrontarono quella sfida anche andando a scuola la sera, studiando e acquisendo le competenze necessarie, consentendo all’industria italiana di compiere un salto quantico straordinario. Analogamente, il molto più recente piano Industria 4.0 – sebbene in Italia sia stato vissuto spesso più come una politica di incentivi che di visione industriale –, ha forzato le aziende ad acquistare macchinari digitalizzati e interconnessi, introducendo l’assistenza da remoto e funzioni che oggi sono diventate standard imprescindibili”.
Marchesini: “Servono esempi pratici e policy concrete”
E adesso, cosa sta succedendo con l’AI?
“Oggi la sfida con l’AI è analoga: non bisogna subirla passivamente — considerando che è già presente nei software e negli smartphone —, ma guidarla e utilizzarla attivamente a ogni livello aziendale. Per fare questo servono esempi pratici e policy concrete capaci di innescare un percorso che, una volta avviato, diventa virtuoso e inarrestabile”.
Quindi dovrebbe intervenire anche la politica…
“Il passaggio a un’adozione di massa dell’intelligenza artificiale richiede un solido supporto da parte delle istituzioni politiche, sia a livello europeo sia nazionale. Avendo chiara la distinzione tra visione strategica e strumenti finanziari: gli incentivi economici non devono essere scambiati per la politica industriale in sé, ma rappresentano esclusivamente una metodologia e un mezzo per attuarla. È fondamentale che i decisori politici, a Bruxelles come a Roma, comprendano che l’intelligenza artificiale non è un pericolo o un nemico da imbrigliare, bensì una straordinaria opportunità per lo sviluppo dell’industria e della società, una risorsa che va governata in modo adeguato ed efficace”.
Anche la Ue deve fare la sua parte
Quali passi concreti indicherebbe?
“Poiché le grandi direttive industriali si decidono ormai a livello dell’Unione Europea, occorre una chiara consapevolezza istituzionale che guidi la crescita competitiva del settore. Servono misure di sostegno — da definire con il contributo degli attori coinvolti –, capaci di stimolare la crescita delle tecnologie AI all’interno delle aziende di ogni dimensione e settore. L’esperienza sul campo dimostra infatti che, quando le imprese superano la fase iniziale di sperimentazione e integrano le nuove tecnologie nella gestione corrente, si innesca un effetto a catena capace di generare innovazione continua senza più fermarsi”.
Confindustria e Nomisma il 16 e 17 ottobre organizzano a Bologna un evento proprio sugli sviluppi dell’AI nelle imprese.
“È un’iniziativa che ha l’obiettivo di aumentare conoscenza e consapevolezza su queste potenzialità e prospettive. Gli imprenditori sono gente molto concreta e pragmatica, per cui un modo efficace per fare divulgazione e vincere le resistenze ancora presenti è quello di illustrare casi reali di successo: quando fai vedere chi fa che cosa, e con quali risultati, sei molto più convincente che a fare mille proclami”.
Collaborazione e innovazione con startup e spin-off universitari
Marchesini Group come si sta muovendo in questo scenario?
“Una delle strade più efficaci e concrete individuate dal nostro Gruppo per accelerare l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei propri sistemi è stata la collaborazione diretta con alcune startup innovative e spin-off nati all’interno del mondo universitario. Un modello che è andato ben oltre la semplice consulenza esterna, traducendosi in reali operazioni di investimento e nell’ingresso diretto nel capitale sociale delle giovani imprese ad alto contenuto tecnologico”.
Come lavora un grande gruppo industriale insieme alle startup?
“Il punto critico e al tempo stesso affascinante risiede nella capacità di far dialogare due mondi caratterizzati da culture, linguaggi e obiettivi profondamente differenti. Da un lato, gli spin-off universitari possiedono una conoscenza scientifica eccellente e verticale sugli algoritmi di intelligenza artificiale, ma spesso difettano di competenze sulle dinamiche di mercato, sulla gestione dei costi, sulla scalabilità del prodotto e sull’assistenza post-vendita. Dall’altro, l’impresa industriale orientata al mercato necessita di soluzioni affidabili, competitive e con vantaggi distintivi rispetto ai concorrenti. Quando si riesce a trovare la sintesi tra la ricerca innovativa della startup e il pragmatismo industriale della grande azienda, i risultati operativi sono premianti”.
All’inizio, come cowboy nelle grandi praterie…
All’interno del Gruppo come state adottando e sviluppando l’intelligenza artificiale?
“Inizialmente siamo partiti un po’ come dei cowboy nelle grandi praterie, lasciando ampia libertà d’azione alle singole strutture. Tuttavia, una convention interna organizzata circa sei mesi fa ha fatto emergere una fisiologica sovrapposizione di progetti, con soluzioni simili sviluppate in ordine sparso e strade parallele non sempre collegate tra loro. Per superare questo disordine iniziale senza soffocare la spinta creativa, il Gruppo ha istituito una task force aziendale trasversale, attualmente composta da una ventina di persone”.
Quali sono gli obiettivi di questa task force?
“L’obiettivo di questa regia centrale non è quello di imbrigliare gli sviluppi applicativi specifici, ma di definire strumenti di base comuni, architetture condivise per il trattamento e l’archiviazione dei dati e scelte tecnologiche basilari. In questo modo, le conoscenze e le scoperte maturate da una singola unità del Gruppo diventano un patrimonio fruibile da tutte le altre aziende dell’ecosistema industriale”.






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