Una tecnologia capace di modificare lavoro, servizi pubblici, sicurezza, istruzione e relazioni personali con una velocità che le istituzioni non sembrano ancora preparate a gestire. Bill Gates considera così l’intelligenza artificiale: non propone di fermarne lo sviluppo, chiede però ai governi di assumersi una responsabilità che, a suo giudizio, non può essere delegata alle aziende tecnologiche.
È il punto centrale dell’intervista concessa ad Avvenire, pubblicata il 25 settembre 2026. Gates sostiene che le imprese che sviluppano i sistemi più avanzati conoscano i rischi, ma operino dentro una competizione che rende difficile una frenata volontaria. Per questo le regole, sostiene, devono arrivare dall’esterno. «Non stiamo facendo abbastanza per ridurre i danni possibili», afferma.
Le sue parole arrivano un mese dopo il lungo intervento pubblicato il 26 agosto su Gates Notes, nel quale aveva chiesto la costruzione di nuove istituzioni nazionali e internazionali capaci di governare l’impatto dell’AI. L’idea di fondo è che i benefici della tecnologia non siano automatici e che il mercato, da solo, possa concentrarli nelle fasce di popolazione e nei Paesi che dispongono già di risorse economiche, infrastrutture e competenze.
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Per Gates questa rivoluzione tecnologica è diversa
Gates conosce direttamente due delle trasformazioni che hanno modificato l’economia contemporanea: il personal computer e internet. Proprio questo confronto lo porta a considerare l’intelligenza artificiale un fenomeno differente. Nell’intervista ad Avvenire afferma che «L’AI è assai più dirompente di qualsiasi tecnologia emersa finora» e aggiunge: «Sarà un test inaudito per l’umanità».
Il motivo riguarda soprattutto la natura delle attività che i nuovi sistemi possono svolgere. Le precedenti ondate di automazione hanno sostituito una parte del lavoro fisico o ripetitivo e, nello stesso tempo, hanno generato nuove occupazioni fondate sulle capacità cognitive delle persone. I sistemi di AI generativa intervengono invece direttamente su scrittura, programmazione, analisi, assistenza clienti, ricerca di informazioni e numerose attività professionali.
Nel saggio pubblicato ad agosto, Gates sostiene che la trasformazione potrebbe attraversare molti settori nell’arco di un decennio, anziché svilupparsi lungo diverse generazioni. È una previsione, non una misura dell’impatto occupazionale già osservato. Tempi, intensità e saldo complessivo tra lavori distrutti, trasformati e creati dipenderanno dall’evoluzione dei sistemi, dai costi, dalle decisioni delle imprese e dalle politiche pubbliche.

Il lavoro diventa il primo problema della transizione
Nell’intervista Gates distingue due fasi. La prima è quella attuale, segnata dall’introduzione progressiva dell’AI nelle attività economiche. La seconda potrebbe arrivare, secondo la sua previsione, nell’arco di circa vent’anni, quando sistemi artificiali e robot umanoidi potrebbero svolgere una parte molto maggiore delle attività produttive e dei servizi.
La priorità riguarda però il passaggio fra questi due periodi. Gates prevede pressioni iniziali sui lavori impiegatizi e, successivamente, sulle attività manuali qualora la robotica umanoide diventi economicamente competitiva. Il problema coinvolgerebbe redditi, sistemi di welfare e gettito fiscale.
Da qui nasce la proposta di rivedere la tassazione. Gates aveva già sostenuto anni fa l’ipotesi di una tassazione dei robot e nel suo intervento del 26 agosto è tornato sul tema. L’obiettivo dichiarato consiste nel finanziare sostegni per lavoratori e comunità colpiti dalla sostituzione tecnologica e nel ridurre gli incentivi fiscali che potrebbero rendere l’automazione conveniente indipendentemente dai suoi effetti sociali.
La questione riguarda anche la velocità della risposta politica. Secondo Gates, aspettare che la disoccupazione sia già aumentata significherebbe intervenire dopo che una parte dei danni economici e sociali si è prodotta. La sua proposta comprende organismi pubblici capaci di coordinare politiche del lavoro, sicurezza, istruzione, energia, fiscalità e regolazione tecnologica.
Alcuni lavori potrebbero essere riservati alle persone
Una delle proposte più caratteristiche di Gates è racchiusa nell’espressione human reserved. Il principio consiste nel preservare alcune attività come esclusivamente umane, anche quando un sistema artificiale fosse tecnicamente capace di svolgerle.
Nell’intervista ad Avvenire cita giudici, giurie, sacerdoti, cura dei bambini e alcune forme di assistenza medica. Il criterio non riguarda soltanto l’efficienza. Questi ruoli implicano fiducia, responsabilità personale, relazione e riconoscimento reciproco. Una società potrebbe quindi decidere che il vantaggio economico ottenuto automatizzandoli non compensi la perdita della componente umana.
La proposta non comporta l’esclusione dell’AI da medicina e istruzione. Gates porta il caso dei Paesi africani in cui la scarsità di medici rende utile un sistema capace di assistere operatori sanitari e pazienti. Lo stesso principio può valere per un assistente digitale disponibile durante una crisi psicologica e progettato per trasferire il caso a un professionista quando necessario.
La linea di separazione passa quindi tra sostituzione e supporto. La tecnologia può estendere le capacità di un servizio; la decisione pubblica dovrebbe stabilire quali responsabilità restino attribuite a una persona.
Leone XIV e la tutela della persona nell’epoca dell’AI
Gates collega questa discussione anche al contributo delle religioni. Nel suo saggio di agosto cita l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026 e pubblicata dalla Santa Sede il 25 maggio. Il documento è dedicato alla custodia della persona nel tempo dell’intelligenza artificiale.
L’enciclica chiede di «evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana». Il testo riconosce che i sistemi artificiali possono superare le persone in velocità e capacità di calcolo, ma sottolinea che non possiedono esperienza corporea, responsabilità morale, relazioni vissute o coscienza nel significato attribuito a questi concetti per gli esseri umani.
Nell’intervista Gates giudica importante l’intervento del Papa perché introduce nel confronto pubblico valori che non coincidono con le sole prestazioni tecniche. Il rapporto tra innovazione e dignità personale diventa così un terreno di confronto tra industria tecnologica, istituzioni pubbliche, mondo accademico, organizzazioni sociali e comunità religiose.
Bambini e assistenti virtuali, il confine della relazione
La dimensione relazionale assume un peso particolare quando gli utenti sono bambini e adolescenti. Gates teme che assistenti artificiali progettati per essere sempre disponibili e accomodanti possano diventare sostituti delle relazioni reali.
Un sistema può aiutare un ragazzo a ricostruire un rapporto con un amico, oppure può assecondare la scelta di isolarsi. Per Gates questa differenza dipende anche dalle impostazioni decise da chi progetta prodotti e servizi. Le configurazioni predefinite dovrebbero favorire la socialità, lasciando spazio a modifiche motivate in situazioni specifiche.
Il problema riguarda anche la privacy. Per impedire comportamenti dannosi, le piattaforme potrebbero essere spinte a osservare una quantità crescente di informazioni sugli utenti. Gates avverte però che la protezione non dovrebbe trasformarsi in sorveglianza permanente.
Nel saggio di agosto cita inoltre studi ancora preliminari sul rapporto tra uso intensivo degli assistenti artificiali, solitudine e benessere psicologico. Lo stesso Gates precisa che le evidenze disponibili sono ancora limitate e non consentono conclusioni definitive. Il punto politico riguarda quindi la definizione delle tutele prima che questi strumenti raggiungano una diffusione paragonabile a quella dei social network.

Un miliardo di dollari per portare l’AI oltre i Paesi ricchi
La Gates Foundation accompagna queste posizioni con un investimento diretto. Il 14 settembre 2026 ha annunciato almeno un miliardo di dollari in due anni per ampliare l’accesso a strumenti e servizi basati sull’intelligenza artificiale. Circa il 40% delle risorse è destinato all’istruzione, un altro 40% alla sanità, il 10% all’agricoltura e il restante 10% alle infrastrutture digitali necessarie per rendere i sistemi accessibili in più lingue.
La questione linguistica è decisiva. Secondo il Goalkeepers Report 2026, oltre il 90% dei dati utilizzati per addestrare i primi grandi modelli linguistici proveniva da fonti in inglese. La conseguenza è una qualità più bassa dei servizi per molte lingue parlate nei Paesi che potrebbero trarre vantaggi rilevanti da assistenti sanitari, strumenti educativi o servizi per l’agricoltura.
La fondazione vuole finanziare sistemi costruiti con dati, competenze e bisogni provenienti dalle comunità nelle quali saranno utilizzati. L’obiettivo dichiarato è evitare che lo sviluppo commerciale concentri le applicazioni migliori nei mercati più ricchi.
Fermare l’AI non è la soluzione proposta da Gates
La posizione di Gates non coincide con una richiesta di blocco dello sviluppo. Ad Avvenire sostiene che fermare completamente la ricerca significherebbe rinunciare anche a possibili progressi nella medicina, nell’energia e nella lotta al cambiamento climatico. Chiede invece salvaguardie contro cyberattacchi, applicazioni biologiche pericolose e altri usi capaci di produrre danni su larga scala.
Nel testo pubblicato ad agosto aveva aggiunto che prenderebbe in considerazione un piano credibile di rallentamento globale, ma giudicava poco realistico un accordo capace di resistere alla competizione economica e geopolitica. Il punto comune fra le due posizioni è la richiesta di istituzioni pubbliche più forti.
Gates propone organismi nazionali capaci di coordinare competenze oggi distribuite fra amministrazioni diverse e una struttura internazionale che affronti i rischi transfrontalieri. Cita come precedenti i sistemi di controllo nucleare, le regole dell’aviazione civile e gli accordi internazionali sull’ozono, pur riconoscendo che la governance dell’AI richiederebbe strumenti differenti.
Il mercato non decide da solo quale AI costruire
L’intervento di Gates porta il confronto sull’AI fuori dal terreno esclusivamente tecnologico. Le capacità dei modelli continueranno a dipendere da ricerca, chip, dati e investimenti. Gli effetti sociali dipenderanno però anche dalle decisioni su tassazione, welfare, istruzione, sicurezza, privacy e accesso ai servizi.
Il Goalkeepers Report 2026 formula lo stesso problema attraverso il tema della disuguaglianza. La Gates Foundation sostiene che l’AI possa ampliare l’accesso alla conoscenza nei Paesi a basso reddito, ma riconosce che questa distribuzione non deriva automaticamente dagli incentivi commerciali.
L’intervista ad Avvenire segna così una posizione precisa: Gates continua a vedere nell’intelligenza artificiale un enorme potenziale scientifico ed economico, mentre attribuisce alla politica la responsabilità di stabilire limiti e priorità. Il lavoro rappresenta il primo banco concreto di questa impostazione; sanità, istruzione, sicurezza e relazioni personali seguono a breve distanza.
Il punto che unisce questi ambiti è la scelta di ciò che una società vuole affidare alle macchine e di ciò che intende mantenere sotto responsabilità umana. Per Gates l’innovazione non risolve questa scelta: può soltanto renderla più urgente. Le istituzioni dovranno decidere chi beneficia dell’aumento di produttività, come sostenere chi perde il lavoro, quali attività proteggere dall’automazione e quale spazio lasciare alla relazione personale.
È su queste decisioni, più che sulla sola potenza dei modelli, che si misureranno gli effetti sociali della nuova generazione di intelligenza artificiale.






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