Google ha diffuso il suo undicesimo rapporto ambientale annuale, dedicato ai risultati di sostenibilità del 2025. Il documento prova a tenere insieme due spinte che oggi convivono con crescente difficoltà: l’espansione rapidissima dell’infrastruttura per l’intelligenza artificiale e la riduzione dell’impronta ambientale del gruppo. Nel testo, firmato anche dalla chief sustainability officer Kate Brandt, l’azienda sostiene di aver compiuto progressi concreti su energia, efficienza e uso dell’AI per ridurre emissioni, pur ammettendo che la corsa verso i propri “moonshot” climatici si sta facendo più complessa. (Fonte: blog.google)
Il dato più rilevante riguarda l’energia: nel solo 2025 Google ha firmato accordi per oltre 12 gigawatt di nuova capacità da fonti pulite. A regime, scrive l’azienda, si tratta di una quantità di elettricità paragonabile al fabbisogno annuo di un Paese delle dimensioni della Grecia. Nello stesso anno il gruppo dichiara di aver ridotto del 2% le emissioni operative, anche se la domanda elettrica è salita del 37% su base annua.
È il cuore del messaggio politico e industriale del report: l’azienda vuole dimostrare che la crescita dell’AI non coincide automaticamente con una crescita parallela delle emissioni dirette.
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Più energia pulita, ma il fabbisogno corre più veloce
Google ricorda di essere tra i maggiori acquirenti corporate di energia pulita al mondo. Dal 2010 al 2025 ha firmato più di 240 contratti per quasi 35 gigawatt di nuova capacità. Secondo il report, questa base contrattuale equivale a una produzione sufficiente ad alimentare oltre 28 milioni di abitazioni statunitensi. Il gruppo lega questi acquisti anche all’efficienza dei propri data center, che userebbero l’83% in meno di energia ausiliaria rispetto alla media del settore.
Il problema è che la curva dei consumi continua a salire. L’AI generativa, i modelli di grandi dimensioni, i nuovi servizi cloud e i chip sempre più potenti stanno spingendo la richiesta di elettricità in tutte le grandi piattaforme tecnologiche. Google sostiene di avere mantenuto per il nono anno consecutivo la copertura del 100% dei propri consumi elettrici con acquisti di energia rinnovabile. Questo indicatore, però, non coincide con un’alimentazione continua e locale da fonti prive di carbonio, 24 ore su 24, che resta uno degli obiettivi più ambiziosi e difficili da raggiungere.
Il report esplicita il nodo: la costruzione dell’infrastruttura ai procede più rapidamente della decarbonizzazione delle reti elettriche. I ritardi negli allacciamenti, i colli di bottiglia regolatori, la frammentazione dei mercati e i tempi lunghi dei nuovi impianti frenano l’ingresso di nuova energia carbon free. In altre parole, Google può firmare contratti e aumentare gli investimenti, ma non controlla la velocità con cui i sistemi elettrici nazionali si trasformano davvero.

Le emissioni operative scendono, quelle della filiera salgono
Il risultato più favorevole per Google è il calo delle emissioni operative del 2% nel 2025. L’azienda attribuisce questo andamento all’efficienza dell’hardware, al miglioramento del software, all’ottimizzazione del calcolo e agli acquisti di energia pulita. Sempre secondo il report, queste leve avrebbero evitato nel solo 2025 oltre 58 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Senza questi interventi, sostiene il gruppo, la propria impronta climatica “ambition-based” sarebbe stata cinque volte superiore.
La parte più delicata arriva però subito dopo. Le emissioni della supply chain sono cresciute del 25% in un anno. Google collega questo aumento alla costruzione di nuova infrastruttura ai e al peso di una catena di fornitura concentrata nell’Asia-Pacifico, dove le reti elettriche restano più dipendenti dai combustibili fossili e dove pesano vincoli di suolo, costi elevati e ostacoli normativi. È un passaggio che ridimensiona il messaggio più ottimistico del rapporto: la riduzione delle emissioni operative non basta a compensare l’impatto crescente della filiera industriale che costruisce server, chip, componenti e data center.
Questo squilibrio non riguarda solo Google. Un’analisi del Guardian pubblicata il 6 luglio 2026 ha rilevato che diverse grandi aziende tecnologiche stanno facendo più fatica a rispettare gli obiettivi climatici dopo l’esplosione della domanda di calcolo per l’AI. Lo stesso articolo cita i nuovi report di sostenibilità di Google, Amazon, Microsoft e Meta come segnali di una tensione sempre più forte fra crescita dei data center e neutralità climatica.

L’acqua entra tra i fronti più sensibili
Nel rapporto c’è anche un capitolo sulla gestione idrica, che negli ultimi anni è diventata un tema centrale per i campus digitali e i grandi data center. Google afferma che nel 2025 i propri progetti di water stewardship hanno reintegrato circa 7,7 miliardi di galloni d’acqua, pari a circa il 78% del consumo di acqua dolce dell’anno. L’obiettivo dichiarato resta quello di restituire più acqua di quanta ne venga consumata entro il 2030.
Il punto conta perché l’espansione dell’AI non pesa soltanto sui sistemi elettrici. I data center richiedono grandi volumi d’acqua per il raffreddamento, soprattutto nelle aree dove le temperature sono elevate e la disponibilità idrica è già sotto pressione. Il tema è meno visibile del dibattito sull’elettricità, ma per molte comunità locali diventa decisivo quanto la bolletta energetica.

L’AI come strumento per tagliare emissioni
Google prova poi a spostare il ragionamento dal costo ambientale dell’AI al suo uso come leva di riduzione delle emissioni. Nel 2025, dice il gruppo, nove soluzioni basate su AI avrebbero consentito a cittadini, città e partner di ridurre complessivamente circa 41 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, una quantità che l’azienda definisce pari a circa tre volte le proprie emissioni.
Gli esempi citati sono concreti. Google Earth viene usato per ottimizzare la progettazione di impianti solari ed eolici e accelerare la scelta dei siti. I termostati Nest regolano i consumi domestici con algoritmi di machine learning. Google Maps suggerisce percorsi a minori emissioni analizzando traffico, pendenze e velocità costante. Nelle pagine di supporto e di sostenibilità del gruppo, questa funzione viene descritta come una modalità per ridurre consumi di carburante o energia in diversi tipi di veicoli.
Il gruppo collega l’AI anche alla gestione dei rischi climatici e naturali. Il report richiama i progressi nei sistemi di previsione e allerta per incendi, alluvioni, terremoti e fenomeni meteorologici estremi. Sul fronte della biodiversità, Google cita Perch, un modello per analizzare grandi archivi di dati bioacustici, e SpeciesNet, sistema capace di riconoscere oltre 2.000 specie animali da immagini catturate da fototrappole. La documentazione tecnica pubblica di Google conferma questo ordine di grandezza.
Qui il punto economico è: Google prova a sostenere che l’AI non va giudicata solo come nuovo fattore di domanda energetica, ma anche come tecnologia capace di tagliare sprechi, migliorare reti, accelerare nuovi impianti e rendere più efficiente il trasporto. La credibilità di questa tesi dipenderà però dalla trasparenza dei metodi con cui queste riduzioni vengono calcolate e dal rapporto tra benefici esterni e costi interni in termini di energia e materiali.
Nucleare, geotermia e fusione: la scommessa sulle tecnologie difficili
Per sostenere la propria crescita, Google non punta solo su eolico e solare. Nel report e nelle comunicazioni ufficiali l’azienda insiste anche su fonti avanzate, più stabili e programmabili, come il nucleare, la geotermia avanzata e, sul lungo periodo, la fusione. In Nevada il gruppo ha già collaborato con Fervo Energy a un progetto geotermico di nuova generazione, presentato da Google come un primo caso di utilizzo della geotermia avanzata per alimentare la rete locale che serve i data center.
La novità più recente riguarda la fusione. Il Financial Times ha riferito il 7 luglio 2026 che Google ha partecipato come investitore strategico al round da 400 milioni di euro della startup tedesca Proxima Fusion. È il segnale di una linea industriale ormai evidente: i grandi gruppi digitali non si limitano più a comprare energia pulita disponibile sul mercato, ma entrano direttamente nelle filiere delle tecnologie che potrebbero garantire elettricità continua e a basse emissioni nella prossima decade.
Dal punto di vista finanziario, questa strategia ha una logica precisa. L’AI chiede capacità elettrica costante, non intermittente. Per questo le big tech guardano con interesse a fonti che possano produrre energia 24 ore su 24 senza emissioni dirette elevate. Il problema è che molte di queste tecnologie restano costose, immature o lontane da una diffusione commerciale su larga scala.
I moonshot climatici diventano più difficili
All’inizio del decennio Google aveva fissato due obiettivi bandiera: arrivare a zero emissioni nette e usare energia priva di carbonio 24 ore su 24 in tutti i luoghi in cui opera. Il nuovo report non cancella quei target, ma riconosce in modo più esplicito che raggiungerli è oggi più difficile del previsto. Nel 2025, scrive il gruppo, la quantità di energia pulita contrattualizzata è stata otto volte superiore a quella del 2019 e le emissioni evitate sono state sette volte più grandi rispetto alla baseline climatica interna di quell’anno.
Sono numeri che servono a mostrare progresso, ma raccontano anche altro: per inseguire lo stesso obiettivo oggi servono investimenti molto maggiori rispetto a pochi anni fa. L’AI ha cambiato scala, tempi e costi del problema energetico. Per un’azienda come Google, la questione non è più soltanto acquistare elettricità verde. È trovare abbastanza elettricità, abbastanza in fretta, in mercati che spesso non sono pronti.
Il vero test è fuori dai confini aziendali
Il nuovo rapporto ambientale di Google è insieme un documento di trasparenza, un esercizio di reputazione e una dichiarazione industriale. Il gruppo mostra risultati reali su efficienza, acquisti di energia pulita e uso dell’ai in applicazioni ambientali. Nello stesso tempo ammette che la traiettoria delle reti elettriche, dei fornitori e delle infrastrutture pubbliche non tiene il passo della domanda.
È qui che si misura il passaggio decisivo dei prossimi anni. Se la crescita dell’ai continuerà con questi ritmi, il bilancio climatico delle big tech dipenderà sempre meno dalle sole scelte interne e sempre di più da autorizzazioni, reti, mix energetici nazionali, tempi di connessione e politiche industriali. Google lo scrive in modo implicito nel suo report. Tradotto in termini economici, significa che la sostenibilità dell’ai non si gioca soltanto nei laboratori di Mountain View, ma nella velocità con cui interi sistemi energetici riusciranno a cambiare.







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