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In Italia il 62% dei lavoratori usa l’AI con regolarità, sotto la media globale del 74%



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Il quadro che emerge dal rapporto “AI at Work 2026” di Boston Consulting Group. Il nodo non è più l’accesso agli strumenti: pesa la difficoltà delle imprese nel ridisegnare processi, formare il personale e trasformare il tempo risparmiato in produttività e margini

Pubblicato il 23 giu 2026



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  • Adozione: l’uso regolare dell’AI passa dal 51% al 74% globale; in Italia è 62% (rapporto BCG 2026), molto sotto il 95% dell’India.
  • Traduzione organizzativa carente: solo 44% dei lavoratori di prima linea vede cambiamento di competenze, tempo risparmiato non reinvestito; serve riprogettare processi e governance.
  • Imprese e regolazione: servono procedure, ruoli e formazione per sfruttare gli agenti AI e prepararsi all’AI Act, altrimenti la produttività resta intermittente.
Riassunto generato con AI


L’intelligenza artificiale è ormai una tecnologia di lavoro quotidiano, non più un test per pochi reparti innovazione. Il quadro che emerge dal rapporto “AI at Work 2026” di Boston Consulting Group, diffuso il 23 giugno 2026, è chiaro: tra i dipendenti operativi, a livello globale, l’uso regolare dell’AI è salito in un anno dal 51% al 74%. In Italia la quota si ferma al 62%, dodici punti sotto la media internazionale e molto lontano dal 95% registrato in India, il mercato che guida la classifica dell’adozione.

Il dato, da solo, racconta solo una parte della storia. La vera distanza non riguarda soltanto la diffusione degli strumenti, ma la capacità delle aziende di tradurre l’uso dell’AI in una diversa organizzazione del lavoro. Il report BCG, costruito su 11.749 interviste in 14 mercati, segnala che in Italia appena il 44% dei lavoratori di prima linea ritiene che l’AI abbia cambiato le competenze richieste dal proprio ruolo. La media globale è al 60%. In India arriva al 96%.

Per un giornale economico il punto è questo: l’Italia non è fuori dalla corsa, ma entra in una fase più difficile proprio mentre l’AI smette di essere un vantaggio individuale e diventa una questione di processi, investimenti e governo d’impresa.

Il tempo risparmiato non diventa ancora valore

Il passaggio più rilevante del rapporto BCG riguarda il rendimento concreto dell’AI sul lavoro. Tra gli utenti abituali di prima linea, il 42% dichiara di risparmiare almeno una giornata lavorativa a settimana grazie agli strumenti di intelligenza artificiale. Ma due terzi degli intervistati, il 66%, dicono di ricevere indicazioni limitate o nulle su come usare quel tempo liberato. Più della metà non riesce a reinvestirlo in attività strategiche.

Qui si misura il ritardo più costoso. Se il tempo recuperato finisce in microattività, riunioni, revisioni o compiti ripetitivi, l’AI migliora la velocità di esecuzione ma non produce un salto nei risultati economici. È la differenza tra un software che accelera il singolo e una tecnologia che cambia la catena del valore.

BCG sostiene che le aziende che riprogettano i flussi operativi end-to-end, integrando l’AI nei processi e non solo nei singoli task, hanno il 24% di probabilità in più di vedere un miglioramento misurabile del business. Hanno anche il 22% di probabilità in più di far risparmiare almeno un giorno a settimana ai dipendenti e il 20% in più di registrare un aumento della soddisfazione sul lavoro.

Per molte imprese italiane il problema è proprio questo passaggio. L’adozione tecnologica è cresciuta più in fretta della revisione organizzativa. L’AI viene usata per scrivere, cercare, sintetizzare, fare analisi preliminari. Più raramente entra in procedure formalizzate, in nuovi modelli di servizio, in catene decisionali con responsabilità definite. Il guadagno resta diffuso, ma non sempre diventa conto economico.

I numeri delle imprese italiane dicono che la domanda c’è

I dati sulle aziende confermano che qualcosa si sta muovendo anche fuori dai desk individuali. Secondo Istat, nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di intelligenza artificiale. Era l’8,2% nel 2024 e il 5% nel 2023. La crescita è rapida, ma il livello resta sotto la media europea, che secondo Eurostat nel 2025 ha raggiunto il 20% delle imprese con almeno 10 addetti. (Fonte: Istat)

Anche la dimensione conta molto. In Europa usa l’AI il 55% delle grandi imprese, il 30,4% delle medie e il 17% delle piccole. In Italia, osserva Istat, l’aumento più marcato riguarda le imprese più grandi, mentre le pmi continuano a scontare costi di implementazione, competenze scarse e una minore capacità di integrare tecnologia e processi. (Fonte: European Commission)

È un elemento chiave per leggere il dato BCG sui lavoratori. Se nel tessuto produttivo prevalgono aziende piccole, spesso meno strutturate sul fronte dei dati, della compliance e della formazione, anche l’uso dell’AI da parte dei dipendenti tende a rimanere più frammentato. L’Italia si trova così in una posizione intermedia: l’interesse c’è, la sperimentazione cresce, ma la scala industriale resta limitata.

Soddisfazione in aumento, ma cresce anche il carico cognitivo

L’AI non produce solo efficienza. Cambia il modo in cui si lavora e, in molti casi, sposta il carico mentale. Nel report BCG il 67% degli utenti abituali a livello globale dice che l’AI ha migliorato la qualità del lavoro quotidiano, ma il 41% segnala anche un aumento del carico cognitivo. Significa più controllo, più verifica, più necessità di guidare il sistema e valutare l’affidabilità delle risposte.

In Italia il beneficio percepito appare più debole. Tra i lavoratori di prima linea che usano l’AI con regolarità, il 44% dichiara un aumento della soddisfazione lavorativa, contro una media globale del 57%. BCG lega questo divario non tanto alla qualità degli strumenti quanto alla chiarezza della strategia aziendale. Quando la direzione è definita, l’impatto misurabile dell’AI cresce di 25 punti percentuali; strumenti migliori, da soli, aggiungono appena 5 punti.

Per le direzioni aziendali il messaggio è molto concreto. L’adozione dell’AI non è più solo una questione di licenze software o policy interne. Serve dire ai lavoratori quali attività vanno automatizzate, quali restano in capo alle persone, come si misurano gli errori, chi risponde delle decisioni assistite da modelli e quali competenze vanno sviluppate. Senza questo quadro, l’AI rischia di aumentare il rumore prima ancora della produttività.

Il nodo italiano: formazione debole e leadership poco chiara

Uno dei passaggi più severi del rapporto riguarda la preparazione delle persone. A livello globale solo il 36% degli intervistati ritiene di aver ricevuto una formazione adeguata sull’AI, un dato fermo rispetto al 2025. In Italia la situazione è ancora più fragile: tra i dipendenti di prima linea, solo il 33% riceve comunicazioni chiare dalla leadership sull’uso dell’AI e appena il 28% vede coerenza tra ciò che il vertice annuncia e ciò che l’organizzazione fa davvero.

Questo scarto fra messaggio e pratica ha un impatto diretto sul ritorno economico degli investimenti. Se il management presenta l’AI come priorità strategica ma non cambia obiettivi, incentivi, ruoli e flussi decisionali, il risultato è un’adozione superficiale. Le persone usano gli strumenti, ma non sanno in quale perimetro, con quali limiti e per quali finalità di business.

Il tema non riguarda solo le grandi aziende. Istat ha rilevato nel 2025 che oltre la metà delle imprese che adottano AI sperimenta anche soluzioni di AI generativa. Segno che l’accesso alle tecnologie si è allargato rapidamente. Il problema ora è far maturare un secondo livello: governance, competenze, sicurezza dei dati, integrazione nei sistemi informativi e revisione del lavoro.

Gli agenti AI passano dai test ai flussi operativi

Il capitolo più delicato del report BCG riguarda gli agenti AI, cioè sistemi capaci di svolgere compiti articolati in più fasi, interagire con software e dati, prendere iniziative entro limiti definiti. Nel 2026 il 30% degli intervistati dice che questi agenti sono già integrati nei flussi di lavoro, più del doppio rispetto al 13% del 2025. Il 61% pensa che potrebbero svolgere almeno metà delle proprie mansioni entro tre anni.

In Italia la percezione è più prudente. Solo il 34% dei dipendenti di prima linea immagina che gli agenti possano assorbire almeno metà delle attività nel giro di tre anni. Il dato è tra i più bassi dei 14 mercati osservati da BCG.

Questa cautela può essere letta in due modi. Da un lato segnala un minore entusiasmo e una minore esposizione concreta a strumenti avanzati. Dall’altro riflette una valutazione realistica del sistema produttivo italiano, fatto in larga parte di pmi che spesso non dispongono ancora di processi standardizzati, basi dati pulite o infrastrutture digitali adatte a delegare intere sequenze di lavoro a un agente software.

“La prima ondata dell’AI si è concentrata sulla produttività individuale. L’ondata che verrà dovrà trasformare il lavoro collettivo. Questo è il compito dei leader, che si aspettano almeno la metà del lavoro passi agli agenti AI nei prossimi tre annicommenta Roberto Ventura, managing director e partner di BCG.

Non è un caso che oltre metà del campione globale, il 52%, dichiari di avere ancora una comprensione limitata di cosa siano davvero gli agenti AI. Quando si entra in questo territorio, la questione non è più soltanto tecnologica. Entrano in gioco responsabilità, supervisione, audit e controllo.

Il contesto europeo: regole in arrivo e mercato in accelerazione

Il 2026 è anche l’anno in cui le imprese europee devono misurarsi con l’attuazione progressiva dell’AI Act. La Commissione europea indica un roll-out graduale fino al 2 agosto 2027, con obblighi che si applicano per fasi a seconda del tipo di sistema e del rischio.

Per le aziende italiane questo significa due cose. La prima: l’adozione dell’AI non potrà più essere gestita soltanto come scelta di produttività. Dovrà essere accompagnata da verifiche su trasparenza, governance, qualità dei dati e gestione del rischio, soprattutto nei casi in cui i sistemi incidono su decisioni sensibili.

La seconda: il fattore tempo conta. Chi costruisce ora procedure, ruoli e competenze interne avrà un vantaggio quando gli obblighi diventeranno più stringenti.

Nel frattempo anche i dati sociali mostrano una diffusione ancora limitata dell’uso avanzato in Italia. Eurostat ha rilevato che nel 2025 il 32,7% dei cittadini dell’Unione ha usato strumenti di AI generativa; in Italia la quota era del 19,9%, tra le più basse nell’Ue. (Fonte: European Commission)

È un indicatore diverso da quello misurato da BCG sui lavoratori, ma il segnale resta coerente: il Paese non è fermo, però corre meno dei partner europei più forti e molto meno dei mercati extraeuropei dove l’adozione è diventata più capillare.

Cinque imperativi per i CEO

ImperativoDescrizione
Rendi la chiarezza strategica la tua massima priorità e assumitene personalmente la responsabilitàLa chiarezza strategica non è un compito della comunicazione, ma una postura di leadership. Rendi l’IA una priorità esplicita, chiarisci la direzione dell’azienda e assicurati che tutti la comprendano, inclusi i team in prima linea. I CEO che guidano personalmente la trasformazione ottengono risultati migliori in termini di valore generato, soddisfazione dei dipendenti e fiducia.
Cambia il tabellone dei risultati: misura il valore, non l’adozioneL’adozione indica che le persone utilizzano l’IA, ma non se questa genera realmente benefici. Il tempo risparmiato dai singoli si disperde nell’organizzazione se non viene monitorato e reinvestito deliberatamente. Per questo motivo, è necessario osservare i risultati di business piuttosto che i livelli di utilizzo.
Investi nella riprogettazione end-to-end del lavoro, non in un maggior numero di strumentiMolte aziende considerano ancora l’IA come uno strumento per aumentare la produttività individuale. Il cambiamento più importante, però, è collettivo: l’IA sta ridefinendo il modo in cui i team collaborano e come le attività fluiscono all’interno dell’organizzazione. Catturare questo valore richiede la riprogettazione completa di alcuni processi chiave.
Metti le persone al centro di questa riprogettazioneLa trasformazione funziona solo se le persone ne fanno parte. Occorre guardare avanti e comprendere come i ruoli evolveranno nei prossimi anni, sviluppare le competenze più rilevanti e coinvolgere le persone nella definizione del cambiamento anziché imporlo. Ciò che mantiene alto l’engagement è capire come l’IA possa favorire la crescita professionale, non semplicemente aumentare la velocità di esecuzione.
Governala come un obiettivo in continuo movimento, non come un progetto una tantumLa tecnologia evolve più rapidamente di qualsiasi organizzazione. Considera l’IA come qualcosa da guidare e adattare costantemente, non come un programma con una data di conclusione. Implementa una governance leggera ma continua che verifichi ciò che funziona, misuri nuovamente il valore generato e si adegui all’evoluzione dei modelli e degli agenti IA.

Perché la vera partita si gioca nell’organizzazione

Il messaggio finale del rapporto BCG è più manageriale che tecnologico, e per questo interessa da vicino industria, servizi e finanza. La fase pionieristica è chiusa. L’AI non va più trattata come una collezione di strumenti da mettere a disposizione. Va incastrata in processi ridisegnati, obiettivi misurabili e responsabilità chiare.

In Italia il 62% di adozione tra i lavoratori segnala che la domanda è già presente dentro le imprese. Ma il dato da osservare nei prossimi mesi sarà un altro: quante aziende riusciranno a convertire quel livello di uso in crescita di produttività, qualità del servizio, riduzione dei costi e capacità di innovazione.

Le imprese che riusciranno a farlo avranno un vantaggio doppio. Da una parte useranno meglio il lavoro umano, spostando le persone verso attività a maggior valore. Dall’altra arriveranno più preparate all’impatto regolatorio europeo, che renderà più costosa l’improvvisazione. Le altre rischiano di restare bloccate nella terra di mezzo in cui oggi si trova una parte del sistema italiano: strumenti presenti, utilizzo diffuso, risultati ancora intermittenti.

L’AI ha già conquistato gli uffici. Adesso deve dimostrare di saper migliorare i conti.

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