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CEO Global Outlook 2026: cresce la fiducia nelle imprese


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Gli amministratori delegati delle grandi imprese rafforzano le prospettive di crescita aziendale, ma sono meno fiduciosi sull’economia globale. Il KPMG Global CEO Outlook 2026 rileva investimenti in AI e cybersecurity, insieme a ostacoli legati a costi, governance, competenze e sostenibilità

Pubblicato il 3 nov 2026



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CEO Global Outlook 2026: cresce la fiducia nelle imprese


Punti chiave

  • I vertici rimangono fiduciosi nella crescita delle proprie aziende (84%) ma meno nella economia mondiale (65%), indicando fiducia interna superiore al contesto globale.
  • Priorità e rischi: cybersecurity, intelligenza artificiale e competenze guidano investimenti; aumentano budget per sicurezza, compliance e integrazione AI.
  • Esecuzione e impatti: serve governance dei dati, formazione mirata e indicatori per misurare il ritorno; la sostenibilità incide sulle decisioni di investimento.
Riassunto generato con AI


I vertici delle grandi imprese guardano con maggiore fiducia alla crescita delle proprie aziende, ma sono meno fiduciosi sulle prospettive dell’economia mondiale. È il divario che emerge dal KPMG Global CEO Outlook 2026: l’84% dei CEO intervistati si dichiara fiducioso sulla crescita della propria organizzazione nei prossimi tre anni, contro il 79% nel 2025; la quota di chi ha fiducia nell’economia globale scende invece dal 68% al 65%.

La survey indica dunque una strategia di crescita costruita dentro imprese che si percepiscono più solide del contesto in cui operano. Cybersecurity, intelligenza artificiale e competenze diventano le principali aree di investimento e di rischio: le aziende vogliono accelerare, ma devono proteggere sistemi e dati, trovare personale preparato e dimostrare che la spesa tecnologica produce risultati.

Il rapporto raccoglie le risposte di 1.400 CEO in 12 mercati, Italia compresa, e 13 settori. Tutte le aziende del campione hanno ricavi annui superiori a 500 milioni di dollari e un terzo supera i 10 miliardi: i dati descrivono quindi le priorità dei grandi gruppi, non l’intero tessuto imprenditoriale. La ricerca fotografa aspettative e piani dichiarati, non misura in modo indipendente i rendimenti futuri degli investimenti.

Fiducia dei CEO, quota di rispondenti 0%25%50%75%100% Crescita azienda · 202579% Crescita azienda · 202684% Economia globale · 202568% Economia globale · 202665%
Fonte: KPMG, Global CEO Outlook 2026. Percentuale di CEO che dichiarano fiducia nelle prospettive per i prossimi tre anni.

Cybersecurity: la minaccia più citata

La distanza tra fiducia interna e cautela sul quadro economico non elimina i rischi operativi. La cybersecurity e la sicurezza dei dati sono indicate dal 31% dei CEO come la principale minaccia alla crescita. Seguono l’incertezza economica globale (28%), l’instabilità geopolitica e la pressione normativa (entrambe 26%) e la resilienza della catena di fornitura (24%). I valori sono ravvicinati: i dirigenti devono gestire più possibili fonti di interruzione, senza poter concentrare la risposta su una sola emergenza.

La priorità si riflette nei budget. Il 45% prevede di aumentare nei prossimi tre anni gli investimenti nella resilienza ai rischi cyber e digitali; il 36% cita compliance e reporting, mentre il 32% punta a integrare l’AI nei processi e nei flussi di lavoro. La spesa per la sicurezza protegge anche i programmi di trasformazione: un incidente che compromette dati, disponibilità dei sistemi o fiducia dei clienti può bloccare proprio i servizi che l’impresa vuole digitalizzare.

Minacce alla crescita indicate dai CEO 0%10%20%30%40% Cybersecurity e dati31% Incertezza economica28% Instabilità geopolitica26% Pressione normativa26% Supply chain24%
Fonte: KPMG, Global CEO Outlook 2026. Risposte dei CEO alla domanda sulle principali minacce alla crescita.

AI, investimenti elevati e ritorni da dimostrare

La sicurezza è anche una condizione per estendere l’AI. Il 79% dei CEO considera l’intelligenza artificiale una priorità strategica per i prossimi tre anni, rispetto al 71% del 2025, e il 72% prevede di destinare all’AI più del 10% del proprio budget nei dodici mesi successivi. Due terzi ritengono che la propria organizzazione proceda al ritmo giusto o sia in anticipo rispetto al mercato. Sono segnali di fiducia, ma si basano sull’autovalutazione dei dirigenti.

Quando passano dall’ambizione all’esecuzione, gli stessi CEO incontrano difficoltà molto concrete: il 57% considera complesse le questioni etiche legate all’AI; seguono cybersecurity (52%), costi (51%) e sovranità dei dati (50%). Questi ostacoli si influenzano a vicenda. Un sistema che usa informazioni sensibili richiede controlli e regole di accesso; aggiungere protezioni e verifiche può aumentare costi e tempi. Se l’impresa non definisce responsabilità e obiettivi, può inoltre distribuire strumenti senza capire quali attività migliorino davvero.

La governance dei dati diventa perciò una parte del progetto industriale. Il 59% afferma che AI e sovranità dei dati stanno spingendo l’organizzazione a rafforzare regole e controlli interni. Il 66% ritiene che la velocità di evoluzione della normativa sull’AI possa ostacolare il successo aziendale. Per i gruppi che operano in più Paesi, la difficoltà consiste nel mantenere processi scalabili mentre cambiano gli obblighi e le condizioni locali.

Le aspettative sui ritorni suggeriscono un orizzonte non immediato: il 71% si attende benefici dagli investimenti in AI entro uno-tre anni, mentre il 17% li prevede già entro dodici mesi.

Il dato non certifica un ROI realizzato: indica quando gli intervistati pensano di poterlo ottenere. Per valutare il risultato, le imprese dovranno collegare i progetti a indicatori osservabili, come tempi di lavorazione, qualità, costi per pratica o ricavi incrementali, includendo spese di infrastruttura, integrazione e supervisione.

La crescita richiede competenze, non solo nuovi strumenti

La strategia tecnologica si scontra con una questione di capacità interna. L’89% dei CEO si aspetta un aumento dell’organico nei prossimi tre anni, anche se il 62% prevede una crescita inferiore al 5%. Il principale problema legato alla forza lavoro è il divario di competenze, indicato dal 56%; il 52% segnala la necessità di aggiornare e formare il personale sui sistemi di AI, mentre il 47% cita attrazione e permanenza dei talenti.

La resistenza dei dipendenti all’AI è più in basso nella graduatoria: solo il 26% la considera una difficoltà rilevante. Il quadro suggerisce che il problema, almeno nelle risposte dei vertici, è soprattutto mettere le persone in condizione di usare gli strumenti.

Nei prossimi dodici mesi il 51% intende comunicare con trasparenza l’impatto dell’AI sui ruoli professionali; il 46% prevede programmi di aggiornamento o riqualificazione e altrettanti percorsi specifici per mostrare come l’AI possa supportare le attività quotidiane.

La formazione diventa così una leva per trasformare la spesa in cambiamento operativo. Un corso generico sull’AI non basta se non chiarisce quali decisioni restano alle persone, come controllare un risultato e quando segnalare un errore.

I dati della survey non indicano quali programmi funzionino meglio, ma mostrano che i CEO considerano il divario di competenze una barriera prioritaria e dichiarano di voler intervenire.

Sostenibilità e consumi entrano nelle decisioni di capitale

Il report colloca la sostenibilità accanto alle scelte su tecnologia, lavoro e rischio. Il 63% dei CEO afferma di averla integrata più profondamente nella strategia aziendale nell’ultimo anno; il 70% considera costi e possibili ritorni delle iniziative sostenibili almeno in una parte delle decisioni di investimento. Tuttavia, il 91% giudica le differenze tra norme e aspettative dei diversi mercati una sfida moderata o significativa.

L’AI accentua questa tensione: circa otto CEO su dieci vedono nella tecnologia un possibile contributo agli obiettivi climatici, mentre il 95% riconosce preoccupazioni per l’impatto ambientale complessivo di un uso crescente. Non sono affermazioni incompatibili: l’AI può aiutare a ottimizzare processi e consumi, ma richiede infrastrutture che assorbono energia e risorse.

Per questo il 49% dei CEO prevede di concentrarsi sulla diversificazione delle fonti energetiche verso opzioni rinnovabili o a minore intensità carbonica; il 37% punta soprattutto all’efficienza e alla riduzione della domanda.

Dal consenso strategico alle prove di esecuzione

Il Global CEO Outlook restituisce un’agenda meno dominata da una singola tecnologia che da dipendenze reciproche. Le imprese vogliono investire nell’AI, ma la sua adozione su larga scala dipende da sicurezza, regole sui dati e persone capaci di governarla. A loro volta, i programmi di resilienza e sostenibilità incidono sui costi e sull’allocazione del capitale. La crescita attesa resta quindi legata alla capacità di coordinare queste decisioni nei processi quotidiani.

La survey offre una misura delle intenzioni dei vertici, non una prova che i piani produrranno i risultati attesi. Il passaggio decisivo sarà verificabile nei prossimi anni: quali investimenti ridurranno rischi o costi, quali miglioreranno il lavoro e quali rimarranno spesa senza impatto misurabile. È su questi risultati, più che sulle dichiarazioni di fiducia, che le imprese potranno valutare la solidità della loro strategia.

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