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AI nelle imprese: il nodo è l’industrializzazione


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Prototipi promettenti e casi d’uso isolati non bastano a rendere l’intelligenza artificiale un vantaggio competitivo. Le imprese devono integrare dati, validazione e competenze in architetture riutilizzabili, passando dai flussi deterministici a esperti digitali e coworker capaci di affiancare i professionisti nelle attività operative

Pubblicato il 15 set 2026

Luis Santiago Fernandez del Valle

CEO di Akkodis Italy & Iberia



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AI nella Pubblica Amministrazione




Viviamo una stagione tecnologica che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata difficilmente immaginabile. I modelli di intelligenza artificiale hanno superato le aspettative, ampliando in modo radicale il perimetro delle applicazioni possibili. Gli investimenti crescono, le sperimentazioni si moltiplicano e l’AI – al centro del dibattito pubblico ed economico – si è ormai affermata tra le priorità di sviluppo delle imprese. Eppure, entrando nelle organizzazioni, la trasformazione risulta spesso invisibile. 

È qui che emerge un paradosso ormai evidente: l’AI è dappertutto, ma il suo impatto operativo resta limitato. Le evidenze sono chiare: solo una minoranza di imprese riesce a ottenere un ritorno concreto e a portare le soluzioni oltre la sperimentazione.

Secondo Boston Consulting Group, appena il 26% delle aziende supera la fase di proof of concept e genera valore tangibile, mentre il 74% non riesce ancora a trasformare gli investimenti in risultati misurabili[1].

Dalla sperimentazione alla produzione: dove si interrompe la catena del valore

Il punto critico non risiede nella tecnologia, ma nella sua industrializzazione: infatti, le organizzazioni hanno imparato a costruire prototipi, non a portarli a maturità. Si individuano casi d’uso promettenti, si sperimentano soluzioni rapide, ma raramente queste evolvono in sistemi robusti, integrati nei processi e capaci di generare valore nel tempo.

Le ragioni di questo divario sono profonde. Da un lato, manca spesso una combinazione essenziale: un allineamento reale dei decisori, investimenti adeguati e competenze interne. Dall’altro, anche quando queste condizioni sono presenti, emergono ostacoli meno visibili ma altrettanto determinanti: una comprensione ancora parziale della natura dell’AI generativa e, soprattutto, l’assenza di un disegno coerente che consenta di estenderne l’adozione in modo sistematico.

Queste difficoltà riflettono una trasformazione più profonda, che riguarda il modo stesso in cui le applicazioni vengono progettate e sviluppate.

Un nuovo ciclo di sviluppo: perché l’AI non è software tradizionale

Il principale elemento di discontinuità riguarda il ciclo di sviluppo. Persiste infatti l’idea che l’AI generativa possa essere trattata come software tradizionale, con processi lineari e prevedibili. Tuttavia, questo è un presupposto fuorviante.

Due fasi risultano particolarmente critiche e contribuiscono a chiarire la natura di questa trasformazione. La prima riguarda la preparazione dei dati: non si tratta più di dataset strutturati, ma di conoscenza non strutturata, distribuita e spesso tacita. Questo richiede metodologie diverse e, soprattutto, un coinvolgimento diretto dei professionisti che detengono il know-how specialistico. In assenza di questo passaggio, i sistemi restano inevitabilmente superficiali.

A questa si aggiunge una seconda dimensione altrettanto rilevante, quella della validazione. Come si valuta un sistema capace di generare risposte multiple, non deterministiche? I criteri cambiano radicalmente, così come le soglie: livelli di accuratezza del 70–80% possono essere accettabili in fase sperimentale, ma non in produzione, dove l’affidabilità deve avvicinarsi a standard molto più elevati.

Dai casi d’uso alle architetture: il cambio di paradigma necessario

Se l’obiettivo è generare impatto diffuso, il punto di partenza non può essere la proliferazione dei casi d’uso. È necessario spostare l’attenzione verso le architetture, ossia modelli applicativi riutilizzabili. La varietà delle applicazioni è infatti in parte solo apparente: nella maggior parte dei casi, si riconducono a pochi schemi ricorrenti.

Processi documentali, sistemi di raccolta delle informazioni, assistenza di primo livello rappresentano alcune delle architetture più accessibili in una fase iniziale. Si tratta di modelli applicativi basati su flussi deterministici, nei quali i modelli linguistici sono inseriti in passaggi specifici. Offrono ritorni rapidi e costituiscono un primo livello concreto su cui costruire un’evoluzione più articolata.

Il salto di qualità avviene con architetture più evolute: sistemi di troubleshooting autonomo, esperti digitali e coworker intelligenti. Qui l’impatto cresce sensibilmente, ma cresce anche il livello di maturità richiesto all’organizzazione.

L’esperto digitale: formalizzare il know-how

Il passaggio a livelli più evoluti consente di affrontare una complessità significativamente maggiore. È in questa fase che entrano in gioco sistemi in grado di valorizzare e rendere operativa la conoscenza specialistica. Le architetture di tipo “expert” consentono infatti di codificare e rendere accessibile un patrimonio di conoscenze altamente specifiche. Non si tratta di addestrare nuovi modelli, ma di orchestrare sistemi che combinano retrieval avanzato, capacità di ragionamento e validazione rigorosa.

In questi sistemi, diversi componenti operano in modo coordinato: un gestore del contesto che seleziona le informazioni rilevanti, un motore di ragionamento che le elabora, strumenti di calcolo e un livello di controllo che garantisce l’affidabilità delle risposte. Il risultato è un agente capace di affrontare problemi complessi, integrando normative, best practice e dati operativi.

Il coworker: verso una collaborazione uomo-macchina strutturata

Il passo successivo consiste nell’estendere queste capacità oltre la sola gestione della conoscenza, accompagnando l’utente anche nelle fasi operative. In questa prospettiva si collocano le architetture “coworker”: non più semplici sistemi di risposta, ma veri e propri collaboratori digitali. Questi agenti non si limitano a fornire conoscenza. Pianificano attività, strutturano il lavoro in fasi, coordinano strumenti e accompagnano l’utente lungo l’intero ciclo operativo.

Il piano viene costruito attraverso l’interazione con l’utente, validato progressivamente e arricchito dall’esecuzione automatica delle attività ripetitive o standardizzabili.

Il modello è quello della cooperazione: l’intelligenza artificiale non sostituisce, ma amplifica. Ogni professionista può essere affiancato da un “gemello digitale” in grado di accelerare i processi decisionali, ridurre l’errore e aumentare la produttività.

Dall’adozione al vantaggio competitivo: una questione di metodo

La lezione è semplice, ma spesso trascurata: non si portano a maturità progetti isolati, si consolidano architetture riutilizzabili. L’identificazione dei casi d’uso resta necessaria, ma il valore si genera aggregandoli in schemi replicabili e concentrando gli sforzi su pochi modelli ad alto impatto. Questo approccio consente di ridurre i tempi, contenere la complessità e costruire una base solida su cui innestare evoluzioni successive.

Si tratta, prima ancora che di una scelta tecnologica, di un cambio di mentalità: dalla logica dell’esperimento a quella della piattaforma.

In questo contesto, le capacità dell’intelligenza artificiale continueranno a crescere. Ciò che farà la differenza non sarà l’accesso alla tecnologia, ma la capacità di tradurla in trasformazione reale. Ridurre la distanza tra potenziale e impatto significa ripensare processi, competenze e modelli organizzativi.

Chi riuscirà in questo passaggio non si limiterà a utilizzare l’AI: contribuirà a definire una nuova generazione di imprese, in cui la combinazione tra intelligenza umana e artificiale diventa il principale fattore competitivo.


[1] fonte: BCG, Where’s the Value in AI?, 2024).

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