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AI aziendale, perché scegliere il modello non basta più


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Dietro la scelta del modello stanno emergendo diversi punti di controllo: dai modelli al post-training, dall’inferenza al routing, fino ai diritti sulle informazioni e meta-informazioni generate durante l’operatività. Capire chi può osservarle, conservarle e usarle – e per quale scopo – sta diventando una nuova decisione strategica

Pubblicato il 6 nov 2026

Marcello Vena

chief strategy and growth officer Datrix Group



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architettura AI aziendale
Foto generata con Google Gemini




Siamo abituati ad affrontare il rapporto tra imprese e intelligenza artificiale concentrandoci soprattutto su una domanda: quale modello o piattaforma scegliere? È una domanda comprensibile, certo. Potrebbe essere, però, quella sbagliata?

L’adozione dell’AI non è infatti semplicemente un aggiornamento della cassetta degli attrezzi digitali dell’impresa, piuttosto un cambiamento più profondo: il modo in cui viene prodotta conoscenza, viene coordinato il lavoro, vengono prese le decisioni e viene preservato il giudizio umano.

La questione strategica diventa quindi non soltanto quale AI utilizziamo, ma come vogliamo progettare l’impresa quando l’AI diventa parte della sua architettura operativa. Ed è una domanda particolarmente importante oggi, perché ci troviamo ancora nei primi istanti dopo quello che potremmo definire il “Big Bang” dell’intelligenza artificiale generativa. L’ecosistema dell’offerta, la regolazione, la geopolitica e la struttura competitiva stanno evolvendo contemporaneamente. I componenti fondamentali e, soprattutto, i punti di controllo del nuovo mercato non si sono ancora stabilizzati in combinazioni durevoli.

Per questo un’impresa non dovrebbe progettare il proprio futuro scommettendo su quale configurazione tecnologica prevarrà, dovrebbe piuttosto preservare la capacità di cambiare.

Dietro la scelta di un’AI si nascondono almeno sei decisioni

Quella che apparentemente sembra un’unica scelta — quale modello o piattaforma mettere al centro dell’architettura AI? — contiene in realtà almeno sei decisioni differenti e in parte interdipendenti.

La prima riguarda quali modelli e capacità utilizzare: API proprietarie, modelli open-weight, modelli specializzati oppure un portafoglio di modelli diversi.

La seconda riguarda chi mantiene il controllo del modello una volta adattato alle esigenze dell’impresa e se pesi e checkpoint derivanti dal fine-tuning o dal post-training rimangono vincolati al provider oppure possono essere controllati e trasferiti dal cliente.

La terza riguarda chi fornisce l’infrastruttura di post-training.

La quarta riguarda dove viene eseguita l’inferenza: presso il provider, attraverso un hyperscaler, tramite un operatore specializzato, in private cloud oppure on-premise.

Anche la prima decisione non implica necessariamente scegliere un unico modello destinato a diventare lo standard aziendale. I modelli differiscono per capacità, costo, latenza e modalità di errore. Un modello può essere eccellente in un determinato compito e meno efficace in un altro. Per questo una possibile evoluzione è quella della mixture of models: invece di eleggere un modello a default universale, compiti differenti vengono instradati verso backend differenti.

La quinta decisione riguarda il routing: chi decide quale modello deve ricevere una determinata richiesta? Il routing può infatti essere controllato dall’impresa, affidato a un servizio terzo oppure lasciato al provider. Chi gestisce il routing occupa inoltre una posizione informativa particolare: può osservare quali modelli funzionano meglio nei diversi compiti, dove falliscono e quando è necessario ricorrere a un’alternativa.

La sesta decisione, forse meno evidente ma strategicamente fondamentale, riguarda chi può osservare, conservare e utilizzare le informazioni e le meta-informazioni generate durante l’operatività dell’AI, e per quale scopo. Ed è proprio su quest’ultimo punto che si sta aprendo una delle questioni più interessanti per le imprese.

Dove sono i miei dati?

Ogni interazione con un sistema di intelligenza artificiale produce evidentemente un output, ma non produce soltanto quello: può generare anche informazione su ciò che accade dopo, quando il workflow rende questi esiti osservabili. Una risposta può essere accettata, modificata, rifiutata o ripetuta. Può essere necessario chiedere nuovamente al modello di svolgere il compito, un errore può essere corretto da una persona, un risultato può essere sottoposto a escalation oppure trasformarsi in un’azione, il professionista può infine prendere una decisione diversa rispetto a quella suggerita dal sistema: ognuno di questi passaggi può generare ulteriore informazione quando viene osservato o registrato.

Nei workflow generativi e, ancora di più, nei sistemi agentici, questa traccia diventa particolarmente ricca perché può mostrare dove il sistema ha fallito, come il risultato è stato corretto e quale comportamento successivo ha prodotto un esito migliore.

La domanda, quindi, non è più soltanto “dove sono i miei dati?”, ma diventa: chi può osservare ciò che accade mentre la mia organizzazione utilizza l’AI? Chi può conservarlo? Chi può utilizzarlo? E per migliorare che cosa?

Il confine tra utilizzo, osservazione e riutilizzo

Questa distinzione è importante perché il confine contrattuale è molto più granulare di un generico diritto a utilizzare le informazioni generate durante l’uso. Osservare un’informazione, conservarla e utilizzarla per migliorare un modello o un servizio sono infatti permessi differenti. I sistemi agentici aggiungono ulteriore complessità perché generano uno stato intermedio che viene portato da una chiamata alla successiva e parte di questo stato può rimanere opaca o vincolata al provider. Se quello stato non è portabile, può ridursi anche la possibilità di instradare la chiamata successiva verso un altro modello: la libertà di routing dipende quindi anche da chi controlla lo stato intermedio.

Qui emerge una differenza fondamentale rispetto ad altre decisioni tecnologiche: un modello può essere sostituito, l’inferenza può essere spostata, il routing può essere ridisegnato, un’infrastruttura di post-training può, a un certo costo, essere ricreata altrove. L’informazione già assorbita da un’altra organizzazione, invece, non può essere richiamata indietro nello stesso modo. Per questo i diritti sulle informazioni generate durante l’operatività dell’AI non dovrebbero essere considerati una semplice appendice delle scelte tecnologiche.

L’impresa AI deve essere progettata per cambiare

Questo non significa che ogni azienda debba scomporre al massimo la propria architettura AI. L’integrazione ha un valore, soprattutto per imprese più piccole, scegliere un fornitore capace di assorbire complessità tecnologica e operativa può essere una decisione perfettamente razionale. Il punto è un altro: l’impresa deve sapere quali decisioni sta raggruppando nelle mani di un unico fornitore, quali punti di controllo sta cedendo e quale libertà potrebbe perdere in futuro.

Un test molto semplice consiste nel chiedersi che cosa accadrebbe domani se fosse necessario cambiare modello. Sarebbe sufficiente sostituire un componente oppure bisognerebbe rinegoziare i diritti sull’utilizzo delle informazioni, ripetere il post-training, ricostruire parti del workflow o rinunciare a conoscenza accumulata? È qui che il concetto di “impresa ingegnerizzata” assume significato.

L’impresa ingegnerizzata non viene progettata attorno all’ecosistema AI che esiste oggi. Viene progettata affinché possa adattarsi al mutare delle condizioni esterne, mantenendo la complessità dell’architettura invisibile alle persone e ai workflow che non hanno bisogno di gestirla direttamente.

I dati come patrimonio

C’è infine un ultimo elemento. Siamo abituati a pensare ai dati come a un patrimonio dotato di un valore relativamente stabile. Ma il valore dell’informazione dipende anche dall’architettura tecnologica capace di utilizzarla. Gli attuali sistemi centrati sugli LLM attribuiscono grande valore a testo, codice, segnali di preferenza e correzioni. Altre traiettorie tecnologiche potrebbero attribuire maggiore valore a stato, azioni, traiettorie, interazione fisica e simulazione. Uno stock informativo può quindi continuare a essere accurato, proprietario e legalmente utilizzabile, ma diventare più o meno prezioso se cambia l’architettura capace di sfruttarlo.

La stessa cosa vale per la conoscenza che un’impresa accumula sui fornitori: benchmark, valutazioni, regole di routing e profili di errore possono diventare rapidamente obsoleti quando cambiano modelli e interfacce. Siamo ancora in una fase iniziale della trasformazione. Proprio per questo la strategia AI non può consistere nel fotografare l’ecosistema di oggi e costruire l’impresa intorno a quella fotografia.

Perché nell’era dell’intelligenza artificiale il vantaggio competitivo dipenderà anche dalla capacità dell’impresa di capire chi può utilizzare le informazioni generate mentre questi sistemi lavorano con lei, quale conoscenza rimane sotto il suo controllo e quali libertà vengono preservate per il futuro.

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