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Data center: presentata la rete “made in Italy” da 1 mld di euro


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Core Stack, società del Gruppo Lazzari, e Green Arrow Capital lanciano una rete di 13 data center in Italia, con investimenti previsti in quattro anni. I primi impianti, tra Cremona e Verona, sono attesi nel 2028. Il progetto riunisce recupero di aree industriali, rinnovabili e controllo nazionale delle infrastrutture

Pubblicato il 8 ott 2026



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Data center: presentata la rete “made in Italy” da 1 mld di euro




Core Stack e Green Arrow Capital puntano a costruire 13 data center di medie dimensioni distribuiti sul territorio italiano, con una pipeline di investimenti superiore a un miliardo di euro nell’arco di quattro anni. Il progetto è stato presentato il 7 ottobre 2026 a Roma durante l’incontro “La rete che non vedi”. L’obiettivo dichiarato è ampliare la capacità di elaborazione e conservazione dei dati, integrandola con la produzione di energia rinnovabile e il recupero di siti industriali dismessi.

L’iniziativa nasce dalla joint venture annunciata il 26 maggio tra Green Arrow Capital, gestore di investimenti alternativi, e il Gruppo Lazzari, attivo nelle energie rinnovabili. Core Stack è la società del gruppo dedicata alle infrastrutture digitali. La scelta è diversa da quella dei grandi campus concentrati in poche aree: creare una rete nazionale, composta da strutture modulari e gestita come un’unica infrastruttura.

Un miliardo di euro per collegare 13 strutture

Il piano prevede investimenti progressivi, legati allo sviluppo e alla realizzazione degli impianti. Il miliardo annunciato rappresenta quindi il valore della pipeline progettuale, non una somma già interamente investita. Le società intendono associare ai data center capacità di generazione elettrica da fonti rinnovabili, progettando fin dall’inizio le due componenti come parti dello stesso sistema.

L’architettura distribuita dovrebbe consentire di espandere le strutture per moduli e di ripartire i carichi di lavoro tra diversi siti. La presenza di più nodi può inoltre favorire la continuità operativa in caso di guasti o indisponibilità di una singola sede. Questi vantaggi dipendono però dalla qualità dei collegamenti, dai sistemi di controllo e dalle soluzioni effettivamente adottate per la ridondanza.

La rete è pensata per rispondere alla domanda di servizi cloud, capacità di calcolo e applicazioni di intelligenza artificiale. A differenza dei grandi impianti concentrati intorno ai principali poli digitali, il modello punta a portare infrastrutture anche nei territori oggi meno serviti.

Cremona e Verona aprono il programma

I progetti in fase più avanzata si trovano nelle province di Cremona e Verona. Per entrambi sono state individuate aree industriali dismesse, sulle quali le società intendono realizzare nuove infrastrutture. Secondo il programma illustrato a Roma, l’ottenimento dei permessi di costruire è previsto entro la fine del 2027, mentre l’entrata in esercizio dei primi due data center è attesa nel primo trimestre del 2028.

Il piano partirà dunque dal Nord e dal Nord-Est, per estendersi successivamente al Centro-Sud. Core Stack dichiara di voler ridurre il divario territoriale nella disponibilità di infrastrutture digitali, avvicinando la capacità di calcolo alle imprese e alle amministrazioni. La localizzazione definitiva e il calendario degli altri undici impianti non sono stati ancora dettagliati pubblicamente.

La distribuzione geografica potrà incidere sulla latenza, cioè sul tempo necessario ai dati per viaggiare tra utenti e sistemi informatici. La vicinanza fisica, tuttavia, produce benefici solo se accompagnata da connessioni di rete adeguate e da servizi progettati per utilizzare effettivamente i nodi locali.

Energia rinnovabile e accumulo: il nodo dei consumi

Il consumo elettrico è una delle principali variabili economiche e ambientali dei data center. I server devono funzionare senza interruzioni e richiedono impianti di raffreddamento, alimentazione di sicurezza e sistemi di rete. L’aumento della densità di calcolo legato all’intelligenza artificiale rende ancora più importante conoscere in anticipo la potenza disponibile.

Core Stack prevede di alimentare ogni struttura anche attraverso energia rinnovabile prodotta direttamente sul posto. È inoltre allo studio, con il Politecnico di Milano, l’impiego di sistemi di accumulo a batterie, indicati come Bess, per gestire meglio la disponibilità elettrica. La produzione locale può ridurre il prelievo dalla rete in determinate ore, ma resta da definire quale quota dei consumi sarà coperta durante l’intero anno.

Anna Lazzari, presidente di Core Stack e amministratrice delegata del Gruppo Lazzari, ha indicato l’esigenza di «far crescere insieme infrastruttura digitale e infrastruttura energetica». Il funzionamento continuo degli impianti rende determinanti anche la connessione alla rete pubblica e le risorse necessarie quando le fonti rinnovabili non producono.

Recuperare aree dismesse non basta per misurare la sostenibilità

La preferenza per terreni industriali già utilizzati, i cosiddetti siti brownfield, mira a contenere il consumo di nuovo suolo e a riqualificare spazi abbandonati. Nel caso dei data center, però, il bilancio ambientale comprende anche materiali da costruzione, consumo di energia, sistemi di raffreddamento, eventuale impiego di acqua e gestione delle apparecchiature a fine vita.

Per valutare l’efficienza saranno importanti dati misurabili. Il regolamento delegato europeo 2024/1364, adottato dalla Commissione il 14 marzo 2024, stabilisce obblighi di comunicazione per i data center con almeno 500 kilowatt di potenza informatica installata. Tra gli indicatori figurano il Pue, rapporto tra energia consumata dall’intero sito e quella destinata agli apparati informatici, e il Wue, relativo all’impiego di acqua.

Queste misure consentiranno di distinguere gli obiettivi annunciati dalle prestazioni ottenute durante l’esercizio. Anche il recupero del calore generato dai server, dove tecnicamente ed economicamente realizzabile, potrebbe contribuire al rapporto con i territori ospitanti.

Una filiera nazionale per progettazione e gestione

La governance italiana è una delle caratteristiche rivendicate dai promotori. Green Arrow Capital mette a disposizione competenze finanziarie e capitali; il Gruppo Lazzari contribuisce con l’esperienza nelle infrastrutture energetiche. La gestione operativa e tecnologica coinvolgerà Vem Sistemi, mentre il concept architettonico è affidato a MCA – Mario Cucinella Architects e la progettazione a Lombardini22.

L’organizzazione della filiera permette di concentrare in Italia responsabilità progettuali e operative. È questo il significato industriale attribuito dalla joint venture all’espressione “made in Italy”. Per le imprese clienti, la presenza di interlocutori nazionali può agevolare il presidio dei servizi e la definizione di obblighi contrattuali su continuità, sicurezza e trattamento delle informazioni.

La nazionalità dei fornitori, da sola, non assicura però la sovranità di ogni dato ospitato. Contano anche le piattaforme software utilizzate, chi possiede le chiavi di cifratura, quali soggetti possono accedere alle informazioni e quali normative si applicano ai servizi. La sovranità digitale richiede quindi verifiche che vanno oltre il luogo fisico dei server.

Un mercato da 25,4 miliardi di investimenti potenziali

Il progetto arriva mentre l’Italia attira una nuova ondata di investimenti in infrastrutture digitali. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, che ha diffuso i risultati della ricerca il 15 gennaio 2026, nel triennio 2023-2025 gli investimenti effettivi sono stati pari a 7,1 miliardi di euro. La cifra equivale al 68% dei 10,5 miliardi previsti inizialmente.

Per il triennio 2026-2028, l’Osservatorio censisce 83 progetti annunciati da 30 aziende, per 25,4 miliardi di euro potenziali. Il 72% di questa somma è riconducibile a operatori internazionali non ancora attivi nel Paese. Il divario tra piani e realizzazioni dipende in parte dalle difficoltà autorizzative, dai tempi di collegamento elettrico e dalle scelte tecnologiche ancora aperte.

Nel 2025 la potenza informatica installata in Italia ha raggiunto 609 megawatt, con una crescita del 19% sull’anno precedente. La sola area milanese ne concentrava 414, pari al 68% del totale nazionale. La prospettiva di nuovi poli territoriali nasce anche da questo squilibrio.

L’intelligenza artificiale aumenta la domanda di elettricità

A spiegare l’interesse degli investitori contribuiscono le prospettive globali. Nel rapporto Energy and AI, pubblicato nell’aprile 2025, l’Agenzia internazionale dell’energia stima che i data center abbiano consumato nel 2024 circa 415 terawattora di elettricità, l’1,5% del totale mondiale. Nello scenario centrale dell’Agenzia, la domanda potrebbe salire a circa 945 terawattora entro il 2030.

Si tratta di una previsione mondiale, non di una stima dei consumi della rete Core Stack. Il dato chiarisce però perché la disponibilità di energia sia diventata decisiva nelle scelte di localizzazione. Un progetto digitale può risultare economicamente interessante e incontrare comunque ostacoli se la rete elettrica locale non dispone della capacità necessaria.

In Italia la pressione sulle connessioni è già visibile. L’Osservatorio del Politecnico segnala che, al 30 novembre 2025, le richieste di allacciamento all’alta tensione per i data center avevano raggiunto 68,5 gigawatt: un valore molto superiore alla capacità effettivamente installata, che non corrisponde quindi a cantieri certi.

Permessi, territorio e servizi decideranno i risultati

Il modello distribuito dovrà dimostrare di poter sostenere costi e standard operativi su tredici siti differenti. Ogni impianto richiederà autorizzazioni, collegamenti alla fibra, energia disponibile, personale qualificato e contratti con clienti interessati a collocare apparati o acquistare capacità di calcolo. La dimensione media dei centri può facilitare alcuni interventi, ma moltiplica anche le attività da coordinare.

Per i territori la riqualificazione di zone industriali può portare nuovi investimenti e lavoro, soprattutto durante i cantieri. L’impatto occupazionale stabile dipenderà invece dalle funzioni effettivamente insediate e dal grado di automazione. Saranno inoltre rilevanti le informazioni fornite alle comunità locali su rumore, traffico, consumi idrici, sicurezza e fabbisogno elettrico.

Il progetto Core Stack è dunque entrato nella fase in cui programmi industriali e promesse ambientali devono tradursi in autorizzazioni e infrastrutture funzionanti. I primi due impianti, attesi nel 2028, offriranno una verifica iniziale della capacità della joint venture di coniugare controllo nazionale, sostenibilità energetica e servizi competitivi. Per gli altri undici, tempi di realizzazione e risultati resteranno legati ai progressi dei singoli progetti.

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