Fino al 50 per cento dei bambini e adolescenti intervistati dall’Unicef ha già usato sistemi di AI, soprattutto per i compiti e per cercare informazioni, mentre gli adulti di riferimento restano molto più indietro. L’intelligenza artificiale è già entrata nella vita quotidiana dei minori molto prima che famiglie, scuole e regole pubbliche riuscissero a starle dietro. Il punto non è più capire se i ragazzi la usano, ma come la usano, con quali vantaggi e con quali rischi. Il nuovo brief dell’Unicef Innocenti, pubblicato a giugno 2026 e basato su indagini in 10 Paesi, fotografa un passaggio netto.
Il dato più rilevante non è soltanto la diffusione degli strumenti generativi. È il divario che si apre dentro le famiglie e tra Paesi diversi. Nelle rilevazioni Unicef, i minori risultano oltre tre volte più propensi dei loro genitori o caregiver ad aver usato l’AI. In media, il 38 per cento dei bambini intervistati dichiara di averla usata almeno una volta, contro appena il 12 per cento degli adulti di riferimento. Nei 10 Paesi analizzati, questo equivale ad almeno 20 milioni di minori tra 12 e 17 anni già esposti a questi strumenti.
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I compiti sono il primo terreno di prova
La scuola è il luogo in cui l’AI si sta radicando più rapidamente. Secondo il brief Unicef, il 60 per cento dei minori che usano l’intelligenza artificiale la impiega per i compiti e il 47 per cento per cercare informazioni. L’organizzazione stima che, nei soli 10 Paesi osservati, circa 13 milioni di bambini e adolescenti usino già questi strumenti per il lavoro scolastico.
Non è un dettaglio. L’AI entra nel processo di apprendimento prima ancora che le scuole abbiano definito regole chiare su quando sia un supporto e quando diventi sostituzione del ragionamento. Unicef richiama esplicitamente il rischio di “cognitive offloading”: il trasferimento del lavoro mentale alla macchina, con effetti possibili su comprensione, spirito critico e capacità di affrontare problemi senza aiuti esterni. Il tema ritorna anche in altre pubblicazioni citate dall’agenzia, che invitano a distinguere tra uso guidato e delega piena del pensiero.
Il quadro internazionale conferma che il fenomeno non è limitato ai Paesi inclusi nel campione Unicef. Negli Stati Uniti, una ricerca del Pew Research Center pubblicata il 24 febbraio 2026 mostra che il 57 per cento degli adolescenti usa i chatbot per cercare informazioni e il 54 per cento per il lavoro scolastico. Quasi la metà, il 47 per cento, li usa anche per divertimento. La penetrazione è quindi già ampia in un mercato maturo, e suggerisce che il passaggio dall’uso occasionale all’uso abituale sia molto rapido.

Un divario dentro casa
Il dato economico e sociale più importante del rapporto Unicef è forse un altro: l’asimmetria tra figli e genitori. Almeno tre genitori o caregiver su quattro, nei Paesi esaminati, dichiarano di non aver mai usato l’AI. Questo crea una frattura di competenze dentro le famiglie. Chi dovrebbe accompagnare, orientare e correggere spesso conosce meno la tecnologia di chi la usa ogni giorno.
Per un economista dell’innovazione, questa frattura pesa perché produce disuguaglianze cumulative. I figli di adulti più istruiti, in diversi Paesi del campione, usano l’AI più spesso e mostrano una maggiore familiarità con il tema. Tra gli adulti, il livello di istruzione è associato quasi ovunque a una maggiore probabilità di aver già usato questi strumenti. In pratica, l’AI tende a innestarsi su disparità preesistenti: accesso, competenze digitali, qualità della connessione, capacità di valutare le fonti.
Unicef parla apertamente di “AI divide”. Non è solo un problema tecnologico. È un problema di capitale umano. I ragazzi che imparano presto a usare bene questi sistemi possono accumulare vantaggi in produttività scolastica, accesso alle informazioni, familiarità con i linguaggi dell’economia digitale. Chi resta fuori rischia di arrivare tardi in un mercato del lavoro dove l’interazione con strumenti di AI sarà sempre più normale. Il World Bank blog citato nel brief parla di “AI readiness” come scelta di policy, non come destino.
L’AI non serve solo per studiare
Il rapporto Unicef mostra anche un uso più intimo e delicato della tecnologia. In media, l’11 per cento dei minori che usano AI dichiara di rivolgersi a questi strumenti per chiedere consigli su cose che li preoccupano. In un Paese del campione la quota arriva al 21 per cento. È un’area piccola rispetto ai compiti, ma strategica, perché tocca salute mentale, dipendenza emotiva e sostituzione del rapporto umano.
Anche qui il confronto con altri studi aiuta a capire la direzione. Negli Stati Uniti, il Pew Research Center rileva che il 12 per cento degli adolescenti ha usato chatbot per sostegno emotivo o consigli, mentre il 16 per cento li ha usati per conversazioni casuali.
In Italia, Save the Children ha riferito nel novembre 2025 che circa il 42 per cento dei ragazzi tra 15 e 19 anni si rivolge all’AI quando è triste, ansioso o deve prendere decisioni importanti, un dato molto più alto che segnala differenze culturali, di offerta o di misurazione da studiare meglio. (Fonte: Pew Research Center)
Su questo fronte Unicef ha pubblicato a giugno 2026 un documento specifico sui chatbot-companion. Il rapporto osserva che la regolazione, in molte giurisdizioni, resta reattiva e frammentata, mentre i sistemi che simulano relazione, compagnia e ascolto possono incidere su diritti, sicurezza e benessere dei minori. La richiesta è chiara: spostare l’intervento pubblico da una logica ex post a una preventiva, con obblighi più chiari per sviluppatori, piattaforme, scuole e famiglie.
I rischi che i ragazzi vedono, e quelli che non vedono
I minori intervistati da Unicef esprimono preoccupazioni precise. Le più frequenti riguardano l’uso dell’AI per truffare o ingannare gli altri, indicato dal 34 per cento; la diffusione di informazioni false, 32 per cento; e la creazione di immagini o video sessuali falsi, 26 per cento. Più in basso, ma comunque presenti, ci sono la paura che l’AI dia cattivi consigli, 15 per cento, e quella che sottragga lavoro futuro, 14 per cento.
La parte che colpisce di più è però la disomogeneità della consapevolezza. In alcuni Paesi, circa tre bambini su dieci non indicano nessuna preoccupazione rispetto all’AI. Per Unicef questo non è un segnale rassicurante: segnala piuttosto una scarsa alfabetizzazione sui rischi. In altri contesti, i ragazzi mostrano livelli di attenzione più alti. L’effetto economico è evidente: non basta distribuire accesso e dispositivi, bisogna distribuire anche capacità di capire la tecnologia.
I genitori, nel complesso, risultano un po’ più preoccupati dei figli su truffe, disinformazione e immagini sessuali false. Ma anche tra gli adulti il quadro resta irregolare, con quote elevate di persone che dichiarano di non sapere o di non avere un’opinione. Il paradosso è questo: l’adozione corre, la comprensione no.
Deepfake sessuali, il fronte più grave
Il passaggio più duro del brief Unicef riguarda lo sfruttamento sessuale. L’agenzia parla di una crescita significativa dell’uso dell’AI per creare immagini o video sessuali falsi che coinvolgono minori. La pratica della “nudification”, cioè la manipolazione di fotografie reali per simulare nudità o contenuti espliciti, viene indicata come una nuova minaccia al diritto dei bambini alla protezione da abusi e sfruttamento. Vi è da sottolineare, comunque, che tale pratica è attualmente vietata dal Regolamento europeo AI Act.
La cifra già pubblicata da Unicef in un documento separato di febbraio 2026 è molto pesante: almeno 1,2 milioni di minori, in 11 Paesi, avrebbero avuto la propria immagine trasformata in deepfake sessuali nel giro di un anno. In alcuni contesti, osserva l’agenzia, questo equivale a un bambino ogni 25.
Il Parlamento europeo, in un briefing dedicato ai deepfake e ai minori, ricorda che questi contenuti possono favorire cyberbullismo, grooming e materiale di abuso sessuale su minori, e sottolinea che nell’Unione europea la risposta normativa è ancora in costruzione. L’AI Act impone obblighi di trasparenza e di etichettatura per certi contenuti sintetici, ma non vieta in sé i deepfake; il Digital Services Act, invece, impone alle grandi piattaforme obblighi di mitigazione del rischio, compreso il danno ai minori. (Fonte: Parlamento Europeo)
Le regole arrivano, ma dopo il mercato
Una delle notizie più rilevanti del 2026, sul piano regolatorio, è la pubblicazione da parte della Commissione europea del codice di condotta sulla trasparenza dei contenuti generati dall’AI, diffuso il 10 giugno. Il codice serve a facilitare l’applicazione dell’articolo 50 dell’AI Act e riguarda marcatura, rilevazione e etichettatura di contenuti generati o manipolati, compresi i deepfake. Gli obblighi di trasparenza previsti dall’AI Act diventano applicabili dal 2 agosto 2026. (Fonte: Strategia Digitale Europea)
È un passaggio importante, ma non risolve tutto. L’etichetta aiuta a identificare il contenuto sintetico; non impedisce automaticamente la produzione di materiale illecito, né risolve il problema della circolazione su piattaforme globali, della rimozione rapida e del supporto alle vittime. Lo stesso Unicef chiede un salto ulteriore: criminalizzare la creazione e distribuzione di materiale sessuale su minori generato dall’AI, rafforzare i test di sicurezza prima del rilascio dei modelli e aumentare la responsabilità delle piattaforme.
Anche nel Regno Unito il tema si sta spostando dal dibattito all’enforcement. Ofcom ha annunciato a giugno 2026 una nuova fase di ricerca periodica su chatbot AI, social media e piattaforme video per capire se contenuti dannosi vengano serviti agli utenti minorenni. È un segnale di vigilanza che riguarda non solo il contenuto esplicito, ma anche il funzionamento dei sistemi di raccomandazione e delle interfacce conversazionali.
L’alfabetizzazione pesa quanto l’accesso
Il rapporto Unicef insiste su un punto spesso trascurato nelle discussioni pubbliche: avere più abilità digitali non significa automaticamente avere più consapevolezza dei rischi dell’AI. I ragazzi con competenze digitali più alte usano più spesso questi strumenti, ma non risultano sistematicamente più preoccupati o più preparati rispetto ai rischi. Questo porta a una conclusione netta: alfabetizzazione digitale e alfabetizzazione all’AI non coincidono.
Per questo Unicef chiede programmi specifici per bambini, genitori, insegnanti ed educatori. L’obiettivo non è demonizzare gli strumenti generativi, ma insegnarne l’uso critico: capire che un chatbot non è una persona, che può sbagliare, inventare fatti, rafforzare bias o incoraggiare dipendenze emotive. La stessa Unesco, nei documenti recenti sull’AI e sull’istruzione, insiste su un approccio centrato sui diritti e sulla qualità dell’apprendimento, non sulla semplice adozione tecnologica.
Il problema economico dietro il problema educativo
Dietro la questione educativa c’è una questione economica. L’AI sta diventando un’infrastruttura cognitiva: riduce il costo di accesso a informazioni, traduzioni, sintesi, produzione di testi e immagini. Chi impara presto a usarla bene guadagna tempo e capacità operative. Chi la usa male rischia di perdere autonomia. Chi non la usa affatto rischia di essere tagliato fuori.
Questo significa che le politiche per i minori non possono limitarsi alla sicurezza online in senso stretto. Devono tenere insieme tre piani: protezione, competenze, accesso. Se manca uno solo di questi elementi, il risultato è distorto. Troppa libertà senza regole espone a danni. Troppo controllo senza formazione riduce le occasioni di apprendimento. Accesso senza capacità critica aumenta la dipendenza da strumenti opachi. Unicef osserva anche che restrizioni genitoriali eccessive possono ridurre la probabilità che i figli sperimentino l’AI e sviluppino nuove competenze.
Il mercato si muove sotto pressione
Le imprese tecnologiche stanno reagendo, anche sotto pressione politica e reputazionale. OpenAI ha presentato una “Teen Safety Blueprint”, spiegando di avere rafforzato le protezioni per gli utenti più giovani, introdotto controlli parentali con notifiche proattive e avviato sistemi di stima dell’età per adattare l’esperienza degli under 18. Nel documento, l’azienda scrive anche di aver inviato oltre 75mila cybertips al NCMEC nella prima metà del 2025. Sono mosse che mostrano quanto il tema minori sia ormai diventato centrale anche per gli operatori di mercato.
Il punto, però, resta aperto: quanta parte della protezione può essere affidata all’autoregolazione delle aziende e quanta deve invece passare da regole obbligatorie, controlli indipendenti e standard verificabili. È la stessa tensione che attraversa tutto il dibattito europeo sull’AI Act e sui servizi digitali.
Una tecnologia già normale per i ragazzi
Il brief Unicef, tradotto in termini semplici, dice una cosa precisa: per molti ragazzi l’AI non è più una novità. È già uno strumento ordinario. Lo usano per studiare, cercare risposte, tradurre, creare immagini, a volte confidarsi. Il ritardo è degli adulti, delle scuole e delle istituzioni, non dei minori.
Per questo la questione non può essere trattata come una moda tecnologica. Riguarda formazione del capitale umano, tutela dei minori, asimmetrie informative nelle famiglie, qualità della scuola, responsabilità delle piattaforme e capacità dei regolatori di intervenire in tempo utile.
L’Unicef chiede di chiudere il divario di accesso, investire nella ricerca sugli effetti dell’AI sullo sviluppo dei bambini, costruire alfabetizzazione specifica e progettare sistemi più sicuri.
Sono richieste che hanno un costo. Ma il costo di ignorarle rischia di essere più alto, perché l’adozione sta correndo già adesso, non in un futuro astratto.
Fonti principali:
- brief UNICEF Innocenti pubblicato a giugno 2026 ;
- Pew Research Center, febbraio 2026 (Pew Research Center);
- UNICEF su chatbot e minori, giugno 2026 (UNICEF);
- UNICEF su AI e sfruttamento sessuale dei minori, febbraio 2026 (UNICEF);
- Commissione europea sul codice di trasparenza per contenuti generati dall’AI, 10 giugno 2026 (Strategia Digitale Europea);
- Parlamento europeo, dossier sui deepfake e i minori (Parlamento Europeo).







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