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AI in azienda: da dove partire? Ecco quattro strade possibili



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Molte aziende vogliono introdurre l’AI ma restano bloccate davanti a troppe opzioni. Una mappa in quattro livelli aiuta a distinguere produttività personale, use case, processi e strategia, mostrando dove partire e quanto profondo può diventare il cambiamento

Pubblicato il 22 giu 2026

Dino De Luca

AI business development manager di Impresoft 4ward



AI in azienda
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La domanda che attraversa oggi la maggior parte delle aziende è “da dove” iniziare per far entrare l’AI? E la risposta non è affatto scontata: introdurre l’AI può significare cose molto diverse, con impatti radicalmente differenti sull’organizzazione.

Il rischio più comune, osservato nel confronto diretto con decine di realtà italiane negli ultimi mesi, è quello di restare paralizzati di fronte all’ampiezza delle possibilità. Troppe strade aperte, troppi strumenti disponibili, troppi casi d’uso potenziali. Il risultato paradossale è l’immobilismo: aziende affascinate — o forse tramortite — dall’AI, ma incapaci di compiere il primo passo.

Per orientarsi in uno scenario ancora fluido e in rapida evoluzione, ho ritenuto utile creare uno schema semplificativo, una sorta di mappa, per evidenziare quattro principali punti di accesso — quattro “porte di ingresso” — attraverso cui le organizzazioni si stanno avvicinando all’intelligenza artificiale. Non si tratta di categorie definitive: il campo si muove troppo velocemente per qualsiasi modello possa dirsi stabile. Ma rappresentano una prima mappa utile per capire da dove entrare, con quale obiettivo e con quale profondità di cambiamento.

Quattro porte di ingresso per l’AI in azienda

Ogni organizzazione può avvicinarsi all’AI da angolazioni diverse, a seconda del livello di maturità, degli obiettivi e dei bisogni più urgenti.

AI in azienda

1. AI come strumento di produttività personale

Il primo percorso è quello dell’adozione di tool AI. L’azienda dispone già di strumenti come ChatGPT, Copilot, Claude o Gemini e si chiede come usarli davvero nel lavoro quotidiano.

Qui il focus è su competenze, produttività personale, collaborazione e buone pratiche. È spesso il livello più veloce da attivare perché richiede investimenti contenuti e genera benefici immediatamente percepibili.

2. AI per risolvere sfide specifiche

Il secondo percorso parte invece da una sfida, ovvero da un problema concreto da risolvere o un’opportunità latente da cogliere.

In questo caso l’AI viene applicata a use case specifici: automatizzare attività ripetitive, supportare analisi, ridurre tempi operativi, migliorare il customer service oppure aumentare qualità e velocità di alcuni processi decisionali.

Il focus non è più il tool in sé, ma il valore generato. L’AI smette di essere “una tecnologia interessante” e diventa uno strumento per ottenere risultati misurabili.

3. AI per trasformare processi e funzioni aziendali

Il terzo percorso riguarda l’efficienza operativa e il miglioramento strutturale un processo o intere business unit. L’obiettivo non è più risolvere un singolo problema, ma ripensare il funzionamento di una funzione aziendale: HR, finance, operation, marketing, sales o customer care.

L’AI diventa leva per ottimizzare flussi di lavoro, tempi, qualità e capacità decisionali. A questo livello iniziano a cambiare ruoli, responsabilità e modalità operative, l’impatto arriva al design organizzativo o anche all’organigramma con i team aumentati dove persone e agenti virtuali lavorano insieme.

4. AI come leva strategica

Il quarto percorso è quello più profondo: la trasformazione aziendale. L’AI viene affrontata come leva strategica e non semplicemente come strumento operativo. L’azienda lavora su governance, strategia, leadership, organizzazione e cambiamento culturale. Si tratta di ripensare il modo in cui l’organizzazione lavora per creare valore, prendere decisioni e integrare persone e tecnologia.

Quattro punti di ingresso dell’AI: profondità e impatto

L’impatto dell’intelligenza artificiale ha effetti diversi in base al punto di ingresso e di conseguenza sul livello dell’organizzazione su cui si decide di intervenire.

Persone: il primo livello riguarda le persone. In questo caso l’obiettivo è aumentare la produttività personale attraverso strumenti di AI generativa e assistenti digitali. Il tema centrale non è tecnologico, ma culturale e organizzativo: serve accompagnare le persone nell’adozione, sviluppare competenze, definire buone pratiche e costruire consapevolezza sui limiti e sulle opportunità dell’AI. Qui diventano fondamentali formazione, change management e AI literacy.

Sfide: il secondo livello riguarda i problemi specifici o i singoli use case. L’azienda individua un’attività critica, ripetitiva o ad alto costo e valuta come l’AI possa intervenire per automatizzare, supportare decisioni o accelerare operazioni.

In questo contesto il focus si sposta dall’adozione alla progettazione e all’implementazione: occorre analizzare il problema, definire il caso d’uso e costruire la soluzione più adatta. È il livello in cui l’AI produce risultati concreti e misurabili nel minor tempo possibile.

Sin qui abbiamo visto approcci prevalentemente “bottom-up”: si parte dal lavoro quotidiano e dalla risoluzione di problematiche operative ben definite.

I due livelli successivi sono invece “top-down”: partono da una visione più ampia e introducono l’AI in modo sistemico.

Processi: il livello successivo è infatti quello dei processi e delle Business Unit. L’AI non viene introdotta per risolvere un solo problema, ma per migliorare in modo strutturale le performance di una funzione aziendale. L’obiettivo diventa ottimizzare flussi di lavoro, tempi, qualità e capacità decisionali. In questo caso il lavoro da fare è molto più organizzativo: occorre mappare processi, identificare inefficienze, ridisegnare modalità operative e integrare l’AI nelle attività quotidiane. L’impatto è più profondo perché cambia il modo in cui una parte dell’azienda lavora e genera valore.

Strategia: infine esiste il livello della trasformazione aziendale. Qui l’AI diventa leva strategica e non solo operativa. Il target è l’intera organizzazione: governance, leadership, modelli decisionali, competenze, cultura e strategia. Il lavoro non riguarda più soltanto l’introduzione di strumenti AI, ma la definizione di una visione, di una roadmap e di nuovi modelli organizzativi. È il livello più complesso, ma anche quello con il maggiore potenziale trasformativo.

Dalla teoria alla realtà: da dove stanno partendo le aziende italiane?

L’osservazione diretta di numerose realtà italiane negli ultimi mesi restituisce un quadro abbastanza chiaro, che fotografa una fase di transizione.

Qualche settimana fa, durante un webinar dedicato all’adozione dell’AI in azienda, ho effettuato un piccolo sondaggio tra i partecipanti chiedendo: “Da dove state partendo per introdurre l’AI?”

Il risultato è stato particolarmente interessante perché mostra una fase di transizione molto chiara.

AI in azienda

Un terzo delle aziende sta partendo dall’utilizzo di tool AI, mentre il un altro terzo sta affrontando il tema a partire da problemi specifici e use case concreti.

Questo dato racconta bene il momento che stiamo vivendo. La fase iniziale, dominata dalla curiosità verso strumenti come ChatGPT o Copilot, non è finita. Ma accanto all’entusiasmo iniziale sta emergendo una seconda fase più matura: quella in cui le aziende iniziano a chiedersi non più “come usare l’AI”, ma “dove e in che modo genera davvero valore”.

Molto più limitato è invece il numero di aziende che stanno affrontando il tema a livello di processi, Business Unit o strategia complessiva. Ed è comprensibile: questi approcci richiedono tempi più lunghi, sponsorship del management, revisione organizzativa e capacità di gestione del cambiamento.

In altre parole: introdurre un tool è relativamente semplice. Trasformare un’organizzazione è un’altra cosa.

Cambiamo il punto di osservazione: se guardo ai progetti reali in cui sono stato coinvolto, direi che il 2024 e parte del 2025 sono stati soprattutto gli anni dell’introduzione dei tool AI per aumentare la produttività personale e il sondaggio ci dice che questa fase non è del tutto terminata.

In parallelo negli stessi anni si è lavorato molto sui PoC (proof of concept): sperimentazioni, prototipi e use case sviluppati più per esplorare le possibilità della tecnologia che per rispondere a problemi concreti. Era spesso l’IT a guidare queste iniziative e l’approccio era fortemente technology-driven.

Durante il 2025, però, molte aziende hanno iniziato a rendersi conto che l’AI è qualcosa di troppo complesso e trasformativo per essere lasciato esclusivamente nelle mani degli ingegneri. E così il focus si è progressivamente spostato sui problemi reali. Gli use case sono usciti dal laboratorio per diventare asset aziendali con impatto sull’operatività, sui processi e sul conto economico.

Gli approcci top-down — quelli orientati a processi e strategia — stanno entrando sempre più nell’agenda delle grandi aziende, mentre faticano ancora a diffondersi nelle PMI.

Eppure sono proprio questi approcci che possono liberare il pieno potenziale trasformativo dell’AI, evitando che venga percepita semplicemente come “l’ennesimo software” introdotto in azienda.

Non quattro strade alternative, ma quattro livelli di profondità

I quattro approcci descritti non sono percorsi alternativi tra cui scegliere una volta per tutte. Sono livelli di intervento progressivi, ognuno con i propri obiettivi, i propri tempi e la propria complessità.

Si può partire dai tool per generare rapidamente competenze diffuse e risultati visibili, poi spostarsi su use case concreti, poi ripensare i processi, fino ad affrontare la trasformazione strategica in modo consapevole. Oppure iniziare direttamente da un livello più profondo, se la leadership è pronta e la visione è già matura.

Se usiamo il punto di osservazione inverso: agire a un livello più profondo produce quasi automaticamente effetti sui livelli superiori. Riprogettare un processo, per esempio, porta con sé la necessità di implementare nuovi use case e di definire un nuovo modo di usare gli strumenti AI da parte delle persone coinvolte.

La vera differenza, in ogni caso, non sta nel punto di partenza ma nella disponibilità a spingersi in profondità: l’AI applicata agli strumenti migliora la produttività individuale. L’AI applicata alla strategia cambia l’organizzazione. E più si scende di livello — dal tool alla cultura, dalla singola funzione alla governance complessiva — meno il tema è tecnologico e più diventa ciò che è sempre stato al centro di ogni vera trasformazione aziendale: umano, organizzativo, culturale.

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