L’intelligenza artificiale è entrata in una fase nuova: meno euforia, più integrazione. Jensen Huang, CEO di Nvidia, lo dice senza giri di parole: per restare competitiva, l’Europa deve fondere AI, industria e manifattura, portando i modelli fuori dai laboratori e dentro le fabbriche. Ma mentre l’AI diventa infrastruttura, cresce anche la necessità di usarla meglio, e con maggiore consapevolezza. Smettere di farsi “compiacere” da ChatGPT o Claude richiede istruzioni precise, metodo e la comprensione dei limiti reali dei modelli. È il segno di una maturità tecnologica che il report TMT Predictions 2026 di Deloitte definisce come “normalizzazione”: l’AI non è più novità, ma standard operativo nei media, nelle telecomunicazioni e nel software enterprise. Lo dimostrano le mosse di OpenAI e ServiceNow sugli agenti AI per le aziende. Eppure, sotto la superficie, affiora una domanda scomoda: la corsa infinita dell’AI sta incontrando il suo soffitto di cristallo? Tra promesse, vincoli fisici ed economici, il futuro dell’AI sembra meno lineare, e proprio per questo più interessante.
Buona lettura!
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