La corsa globale all’intelligenza artificiale sta entrando in una fase decisiva, in cui non contano solo i modelli più potenti o i data center più grandi, ma le scelte strategiche che ridisegnano gli equilibri industriali, politici ed economici. Apple, in questo scenario, gioca una partita controintuitiva: mentre Google, OpenAI e altri big bruciano miliardi nella costruzione di modelli e infrastrutture, Cupertino sceglie di restare ai margini della competizione diretta. L’accordo miliardario con Google per portare Gemini su iPhone e potenziare Siri racconta una strategia prudente, ma tutt’altro che passiva: Apple diventa arbitro silenzioso tra i grandi rivali dell’AI, controllando l’accesso a miliardi di utenti senza esporsi ai costi e ai rischi della corsa tecnologica.
Sul fronte infrastrutturale, l’Italia vive una dinamica simile di accelerazione e fragilità. I data center crescono, con 7,1 miliardi di euro investiti tra il 2023 e il 2025 e oltre 25 miliardi annunciati, ma il divario tra promesse e realtà resta ampio. Milano si consolida come hub europeo, mentre ritardi autorizzativi, incertezza sulle tecnologie e l’assenza di una governance nazionale minacciano la competitività del Paese proprio nel momento in cui l’AI richiede basi solide e visione di lungo periodo.
Il 2026 si profila così come l’anno delle scelte irreversibili per le aziende: dall’adozione sistemica dell’AI nei processi, alla selezione del talento, dove McKinsey sperimenta chatbot nei colloqui per neolaureati. Intanto l’AI entra nel lavoro quotidiano con Claude come “collega digitale”, ridisegna l’e-commerce con lo shopping conversazionale di Google e costringe piattaforme come xAI a porre limiti etici, come nel caso delle immagini AI “sessualizzate”. Segnali diversi, ma convergenti: l’AI non è più un’opzione, è un’infrastruttura strategica. Buona lettura!
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