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Professionisti e algoritmi, come cambia il lavoro con le nuove tecnologie e la Gen AI



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Dai commercialisti a medici e ingegneri, l’AI ridisegna le professioni. Se l’efficienza operativa aumenta, restano i dubbi su etica, occupazione, sviluppi futuri. Servono visione e investimenti in formazione per governare il cambiamento

Pubblicato il 20 feb 2026

Stefano Casini

giornalista



Professionisti e algoritmi, come cambia il lavoro con le nuove tecnologie e la Gen AI

Tra innovazioni, scoperte, dubbi e timori, l’intelligenza artificiale sta ridisegnando il perimetro operativo delle libere professioni.

Ingegneri, avvocati, medici e designer stanno conoscendo sempre più da vicino le opportunità e le controindicazioni rappresentate dalle nuove tecnologie algoritmiche e digitali.

A fare il punto della situazione è il decimo Rapporto sulle libere professioni in Italia, intitolato ‘Identità in transizione’, realizzato a cura di Osservatorio delle libere professioni e Confprofessioni.

Un’indagine, condotta su 1.180 professionisti dei vari settori di attività, che “rivela un panorama in fermento, dove l’entusiasmo verso i nuovi strumenti di AI convive con riflessioni etiche e incertezze per l’occupazione”, sottolineano i promotori.

La diffusione dell’AI nei vari settori professionali

I dati definiscono il quadro: il 58% dei professionisti utilizza già strumenti di intelligenza artificiale in modo frequente, mentre solo una minoranza del 16% dichiara di non avere mai approcciato queste tecnologie.

Ma l’intensità d’uso varia drasticamente a seconda del settore. In prima linea troviamo le professioni economico-finanziarie, con una quota di utilizzatori abituali che raggiunge il 77%, seguite dai commercialisti (65%) e dai consulenti del lavoro (63%).

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Al polo opposto si collocano l’area sanitaria e quella di architetti e geometri, dove il ricorso frequente si ferma al 46%, segnalando una maggiore cautela o una difficoltà nell’integrare questi strumenti in ambiti clinici o tecnici tradizionali.

Le principali differenze di adozione

C’è poi un marcato spartiacque generazionale: tra i professionisti under 45, circa due terzi (65%) impiegano abitualmente l’AI, una propensione che cala progressivamente con l’età fino a scendere sotto la soglia della metà (49%) tra gli over 65.

Anche la geografia incide sull’innovazione: il Nord-Est guida la classifica nazionale con il 66% in media di utilizzo frequente, staccando nettamente il Centro Italia, che registra il valore più basso (52%).

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Un altro dato rilevante riguarda la dimensione degli studi professionali: l’adozione cresce proporzionalmente al numero dei dipendenti, passando dal 48% dei singoli professionisti al 70% nelle strutture con oltre 10 collaboratori.

Attività che cambiano e il nuovo ‘Supervisor’ dell’AI

Le due grandi sfide dei professionisti ai tempi dell’intelligenza artificiale sono come approcciare l’AI e come usare l’AI: è in questo contesto che emerge la nuova figura del ‘Supervisor’, che non si limita a utilizzare l’AI, ma la orchestra e supervisiona.

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Il professionista “evolve da mero esecutore di compiti a orchestratore di intelligenze, sia umane che artificiali”, spiega Filippo Poletti, nel libro che s’intitola appunto ‘Supervisor, i professionisti dell’AI’, pubblicato da Guerini e Associati.

Oggi, negli studi professionali, “la delega si concretizza anche nei prompt”, sottolinea Poletti: “definire questi prompt in modo chiaro e strutturato è la chiave per ottenere risultati concreti e affidabili. La pratica della delega si è estesa, dunque, dai collaboratori umani a quelli digitali dotati di intelligenza artificiale”.

Il risultato che ne deriva è di natura ibrida, derivante dall’interazione tra l’intelligenza umana e quella artificiale.

Il medico, l’avvocato, l’architetto e l’algoritmo

Il medico di base, ad esempio, può affidare all’AI il compito di prendere appunti durante la visita o di gestire le chiamate dirette allo studio, ordinando le richieste dei pazienti.

Il commercialista può liberarsi dalle attività ripetitive, trasformandosi da certificatore dei dati storici ad analista strategico in ambito fiscale e contabile. L’avvocato può richiedere all’AI pareri e informazioni, ricevendo in risposta anche l’elenco delle fonti per ulteriori approfondimenti.

“L’architetto può visualizzare i rendering dei progetti più rapidamente e comunicare con i clienti in modo asincrono”, fa notare l’autore del saggio su professionisti e AI, “per non dire del comunicatore, che può ricorrere a sistemi di fact-checking basati sull’AI o creare agevolmente contenuti audiovisivi in più formati”.

Le barriere all’ingresso sono culturali e cognitive

Riprendendo i risultati del Rapporto, curato da Osservatorio delle libere professioni e Confprofessioni, le barriere all’ingresso non sono di natura economica o tecnologica, bensì culturali e cognitive.

Tra chi non utilizza l’AI, il 56% ammette di non conoscerne le potenzialità per il proprio lavoro, mentre il 39% dichiara apertamente di preferire i metodi tradizionali.

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Le preoccupazioni per la privacy e la sicurezza dei dati, pur presenti (17%), appaiono marginali rispetto al deficit di informazione.

Dalle analisi emerge che il principale ostacolo risiede nella percezione e nella limitata conoscenza dello strumento, evidenziando una significativa distanza tra l’innovazione tecnologica e la realtà operativa quotidiana.

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Attualmente, l’intelligenza artificiale è concepita principalmente come un supporto cognitivo per gestire notevoli flussi documentali. Le attività più diffuse riguardano la generazione o revisione di testi (58%) e la ricerca normativa o giurisprudenziale (52%). Seguono le traduzioni automatiche (38%) e la sintesi di documenti (36%).

ChatGPT si conferma lo strumento di riferimento assoluto, affiancato da soluzioni verticali integrate nelle piattaforme editoriali professionali.

Utilizzi e competenze ancora limitati

Tuttavia, l’utilizzo rimane limitato nelle funzioni più complesse: solo l’8% la usa per sviluppare nuovi servizi e appena il 7% per l’analisi di immagini diagnostiche in ambito medico.

Emerge dunque una distinzione d’uso tra vita professionale e privata: nel primo caso prevale l’efficienza operativa (53% per testi e documenti), nel secondo la curiosità esplorativa e creativa (14% per contenuti multimediali).

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Nonostante la diffusione, la competenza percepita è ancora modesta, con una media di 2,5 punti su 5. Solo il 17% si attribuisce un punteggio alto (4 o 5), mentre la maggioranza si ferma a una conoscenza di base. Ciononostante, la voglia di imparare è alta: il 76% di chi già usa l’AI intende formarsi nei prossimi mesi.

Le previsioni sull’impatto sociale e occupazionale

Le opinioni sull’impatto sociale sono polarizzate. Chi usa l’AI la vede come un supporto per la qualità del lavoro (punteggio 4 su 5), mentre i non utilizzatori temono che possa penalizzare i lavoratori anziani (4,3 su 5) o limitare la creatività umana (4,2 su 5).

C’è però un consenso unanime: l’AI sostituirà soprattutto le mansioni ripetitive e a basso valore aggiunto (punteggio 4 su 5).

Il rischio occupazionale è percepito con preoccupazione: si stima che l’AI metterà a rischio il 30% dei posti di lavoro dipendente e il 26% delle attività libero-professionali.

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Questa percezione si aggrava tra i dipendenti degli studi professionali, che stimano una perdita media di posti del 43%, con picchi del 63% per chi svolge mansioni d’ordine, come quelle di segreteria, amministrative, registrazione dati.

Quali categorie professionali rischiano di più

I dipendenti risultano meno entusiasti dei loro titolari: solo il 40% usa l’AI frequentemente e la preoccupazione (50%) supera di gran lunga la fiducia (4%).

Secondo i dati emersi dall’indagine, le categorie professionali che rischiano di più a causa dell’intelligenza artificiale sono quelle impiegate in mansioni ripetitive, esecutive e a basso valore aggiunto.

Tra i dipendenti, la preoccupazione per il futuro occupazionale è però molto alta e la stima media della perdita di posti di lavoro si attesta al 43%.

La riorganizzazione delle attività e l’AI agentica

In generale, mentre l’AI è vista come un alleato per chi ricopre ruoli decisionali e creativi, rappresenta una minaccia diretta per chi svolge compiti standardizzati, specialmente nel settore amministrativo e operativo degli studi professionali.

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Filippo Poletti

Le parole chiave della rivoluzione in atto sono due: “la riorganizzazione delle attività con l’AI, e l’integrazione dell’intelligenza umana e di quella artificiale negli studi professionali”, rimarca Poletti.

E osserva: “se l’ingegneria gestionale e l’informatica supportano la riprogettazione dei flussi di lavoro, la riuscita della collaborazione tra i professionisti e le macchine dipende da competenze trasversali, oltre che tecniche: a loro spetta il compito dell’agentività, intesa come la facoltà di far accadere le cose, sfidando le prassi tradizionali e consolidate nel tempo”.

In sostanza, l’intelligenza artificiale e la Gen AI impongono ai professionisti di oggi una transizione radicale: dal fare al far fare, orchestrando ecosistemi digitali sempre più sofisticati.

Siamo, quindi, di fronte a una rivoluzione anche identitaria del lavoro e delle professioni, oltre che tecnologica. Un cambiamento che muove i primi passi e che prenderà forma in maniera più compiuta e definita negli anni a venire.

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